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Società

Un Paese chiuso a chiave

Il 20 giugno è la Giornata mondiale del rifugiato e l’Italia si riscopre maglia nera in Europa per l’accoglienza di chi ha diritto d’asilo. Una speranza di cambiamento dai Mondiali Antirazzisti di Casalecchio e con la storia dei Liberi Nantes. Esperienze uniche nel loro genere

Prima di ogni partita Ahmed cerca tra le foto del suo telefonino quella del figlio di pochi mesi. Gli manda un bacio in silenzio, poi spegne il cellulare e corre verso i compagni che lo aspettano in campo. A volte calcia il primo pallone con il volto ancora rigato dalle lacrime. Ahmed (il nome è di fantasia per motivi di sicurezza) è in Italia, viene da un Paese africano, e non può telefonare alla compagna rimasta lì con il bambino. Non ha loro notizie da nove mesi, è un esule forzato. Se le autorità del suo Paese sospettassero che è ancora vivo “userebbero” la sua famiglia per costringerlo a tornare. E lo ucciderebbero, dopo averlo torturato.

Ahmed è un rifugiato politico e la sua è una delle novemila richieste d’asilo che in media ogni anno vengono approvate in Italia. Dorme in uno dei 12 centri di accoglienza di Roma. Da qui ogni mattina esce in cerca di lavoro, una routine che si interrompe solo il lunedì e il mercoledì sera. Quando corre agli allenamenti della Associazione sportiva dilettantistica Liberi Nantes, la squadra di calcio fondata da Gianluca Di Girolami nel 2007, «prima e unica» nel suo genere «perché promuove e diffonde la pratica sportiva tra la comunità dei rifugiati e dei richiedenti asilo» e perché vi giocano esclusivamente ragazzi in fuga come Ahmed dalle zone “calde” del pianeta.

In fuga, tutti, da storie simili alle altre migliaia per le quali l’Italia rappresenta l’ancora di salvezza. Curdi, iracheni, togolesi, nigeriani, afgani, sudanesi, eritrei, ivoriani, guineiani, donne e uomini che «per fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trovano fuori del Paese di cui hanno la cittadinanza, e non possono oppure, a causa di tale timore, non vogliono avvalersi della protezione di tale Paese». È così che la Convenzione di Ginevra del 1951 definisce lo status cui aspirano Patrick e i suoi compagni, quello di rifugiato. A questa figura, dal 2001, per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale l’Onu ha deciso di dedicare una Giornata mondiale. E ha scelto la data del 20 giugno perché coincide con la Giornata africana del rifugiato.

Nel nostro Paese la situazione degli esuli forzati è drammatica. La materia dell’asilo è stata modificata con due decreti legislativi emanati dall’ultimo governo Prodi a novembre 2007 in attuazione di altrettante direttive Ue, rispettivamente il dl 251/07 in vigore dal 19 gennaio scorso e il dl 25/08 in vigore dal 2 marzo. E secondo il Rapporto annuale 2008 sul rispetto dei diritti umani di Amnesty International, quei decreti «hanno introdotto importanti miglioramenti, tra cui l’effetto sospensivo automatico della espulsione determinato dal ricorso contro il diniego della domanda di asilo (effetto prima escluso)». Ma a metà 2008, con il governo Berlusconi, tutto è di nuovo precipitato. A partire dalla cancellazione della sospensione automatica appena introdotta, che fu in pratica il biglietto da visita del nuovo esecutivo. Una misura che rientrava nel famigerato Pacchetto sicurezza, in base alla quale il richiedente asilo la cui domanda era respinta in prima istanza poteva essere rimpatriato senza alcun vaglio sui rischi corsi. Considerando che, secondo le statistiche europee, il 30 per cento delle richieste d’asilo vengono accolte solo in seconda istanza, l’eliminazione del ricorso rischiava di ricacciare sotto i ferri di feroci aguzzini migliaia di persone che hanno diritto allo status di rifugiato. Il tutto in violazione dell’articolo 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ove si enuncia che «ogni persona ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale». La successiva legge 94/2009 “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” ha in parte rivisto la questione della sospensione, ma questa norma ha introdotto il reato di clandestinità e il biennio di centrodestra è stato un crescendo di decisioni sciagurate per i richiedenti asilo. Misure che trovano il loro apice negli accordi con la Libia e nella pratica costante dei respingimenti in mare.

Un bilancio è stato tracciato dal Delegato per il Sud Europa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Laurens Jolles, nel presentare le iniziative per la Giornata mondiale del Rifugiato che si celebra, come detto, oggi. «La pratica dei respingimenti insieme alle sempre più frequenti formule del mancato soccorso e del mancato pattugliamento in mare negano la possibilità di avanzare la richiesta di asilo», ha detto Jolles. Inoltre, «i programmi avviati dallo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e dagli enti locali sono totalmente insufficienti» a garantire il rispetto dei diritti fondamentali di chi è ammesso in Italia. Per questo, anche se l’Eurostat ha riconosciuto al nostro Paese il quinto posto in Europa per concessioni dello status di rifugiato (8.600 nel 2009), in termini relativi nessuno può enfatizzare il dato. Secondo l’ultimo rapporto Unhcr, pubblicato il 15 giugno, tra il 2008 e il 2009 il numero delle domande avanzate è calato del 42 per cento. Per quale motivo? «Si avverte – ha spiegato Jolles – la necessità di un maggior coordinamento e di una cabina di regia a livello centrale» per la gestione dell’accoglienza affidata agli enti locali, che«per carenza di strumenti» non sono ancora riusciti ad assorbire tutte le richieste di assistenza presentate nel biennio 2008-2009. Tutto questo sebbene in Italia i rifugiati siano solo 55 mila. Meno di un decimo rispetto alla Germania (600 mila), e lontano dai 270 mila del Regno Unito, dai 200 mila della Francia o dagli 80 mila dei Paesi Bassi. Il risultato è che ormai nel nostro Paese i rifugiati «sono privati della stessa dignità che il diritto di asilo dovrebbe loro restituire». Completano il quadro le periodiche raccomandazioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, e di recente, anche del Comitato europeo contro la tortura, che hanno richiamato il governo di centrodestra ai suoi doveri.

Burocrazia farraginosa, dunque, ma ancor più grave, scarsa confidenza con le leggi internazionali. Per questo motivo il presidente dell’Unione forense per la tutela dei diritti dell’uomo e vicepresidente del Consiglio italiano rifugiati Mario Lana auspica che «il governo prenda in considerazione nuova normativa sui rifugiati». «Mentre si celebra la giornata mondiale del rifugiato – prosegue Lana -, dobbiamo ricordare che in Italia manca ancora una legge organica sul tema. Si potrebbero così superare una serie di problemi, tra cui le modalità dei respingimenti, che certo non permettono il rispetto degli aventi diritto all’asilo». Secondo il presidente dell’Unione Forense l’immigrazione in genere non solo non è un problema, ma costituisce una risorsa. Non solo economica. «È noto che gli immigrati siano meno del 7 per cento della popolazione e che producono più del 10 per cento del Pil. Ma oggi possiamo vedere che il loro contributo sotto il profilo culturale non è minore, anzi. Facendo letteratura essi arricchiscono le nostre idee, i nostri orizzonti, i nostri sogni. Dare asilo – conclude Lana – è un’opera di giustizia verso chi ha dovuto abbandonare la sua terra e un modo per realizzare più compiutamente la nostra umanità».

«In tempo di mondiali di calcio – conclude Di Girolami – non si può non sottolineare che nell’assenza di una legge sul diritto d’asilo in Italia, fra i tanti buchi normativi c’è anche quello che regola il diritto di accesso allo sport per rifugiati e richiedenti asilo. I quali tra le tante cose cui devono rinunciare, si vedono negare anche il diritto allo sport, che è un diritto umano dal 1978 così come sancito dall’Unesco». Dal 7 all’11 luglio prossimi i Liberi Nantes parteciperanno ai loro terzi Mondiali Antirazzisti di Casalecchio (Bo) con lo sponsor dell’Unhcr sulle maglie («Come noi, nel mondo, solo il Barcellona»). Sono i detentori della Coppa. Ad Ahmed è stata appena respinta la prima istanza d’asilo. Ora il risultato della sua partita più importante dipende dall’Italia.

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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