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Società

Giulio mani di forbice. Come fare cassa con down e sordomuti

Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti

La scure di Tremonti sulle persone down e i sordomuti. Tra le pieghe della Finanziaria si nasconde un comma che elimina il diritto all’assegno di assistenza per chi ha un’invalidità tra il 74 e l’84 per cento di Federico Tulli

Forte con i deboli, debole con i forti. La manovra finanziaria targata Giulio Tremonti è lo specchio fedele del registro a lingua biforcuta adottato dal governo Berlusconi quando c’è da spremere il portafoglio degli italiani. Raschiare il barile si può, anzi si deve, l’importante, per l’esecutivo, è che sia rispettata la ferrea regola che i soldi degli “amici” non si toccano. Al più si fa finta. Capita così che per fare cassa il Superministro non si periti di mettere le mani nelle tasche delle persone affette da sindrome di Down, dei sordomuti, di chi ha perso per amputazione entrambi i piedi, una spalla o un braccio, eliminando il diritto all’assegno mensile di assistenza di soli 256,67 euro, che spetta a persone con un limite di reddito, tra l’altro, bassissimo: 4.408 euro l’anno. Mentre, partito in quarta con l’intenzione (a parole) di tagliare ben 15 province, quando è il dunque (cioè dopo l’alzata di voce della Lega) troviamo il titolare dell’Economia ad assicurare gli alleati che «nella manovra economica varata dal governo non ci sarà nessuna abolizione delle province».

Ben diversa evidentemente è la considerazione di Tremonti&Co. per i cittadini italiani con invalidità compresa tra il 74 e l’84 per cento, in cui appunto rientrano quelli affetti da sindrome di Down, i sordomuti e così via. Su di loro abbatte l’affilatissima scure del comma 9 della manovra che prevede l’incremento del limite (dal 74 all’85 per cento) necessario per accedere all’assegno mensile di invalidità. Un innalzamento che “grazie” alla minor erogazione di pensioni d’invalidità per le casse dello Stato si traduce in bruscolini (10 milioni nel 2011). Di contro per queste persone 256 euro al mese, poco più di tremila l’anno, possono significare la differenza tra la vita e la morte per indigenza, se pensiamo che circa il 90 per cento di chi soffre della sindrome di Down è disoccupato e che tra di loro c’è chi vive solo e senza il sostegno della famiglia. E il provvedimento appare ancora più odioso e ingiustificato, perché non è certo in queste categorie che si annidano i grandi numeri di falsi invalidi che tanto pesano sulle casse dell’Inps e che Tremonti intende scovare potenziando il programma delle verifiche e dei controlli. Per sensibilizzare l’esecutivo circa le drammatiche conseguenze di questi tagli e anche per esprimere il proprio «sconcerto e gravissima preoccupazione», il Coordown (Coordinamento nazionale associazioni delle persone con sindrome di Down) ha inviato una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ai presidenti di Senato e Camera, Vito Schifani e Gianfranco Fini, e ai ministri Tremonti, Sacconi, Fazio e Carfagna (rispettivamente Economia, Welfare, Salute e Politiche sociali). «Condividiamo le azioni di controllo per trovare le persone che in modo disonesto, agevolate da medici compiacenti, hanno ottenuto un falso riconoscimento dell’invalidità – scrive Coordown -, abusi che offendono e mettono in cattiva luce chi ha invece diritto all’invalidità per deficit acquisiti fin dalla nascita o durante il corso della vita. L’articolo 9 del decreto legge licenziato dal Consiglio dei ministri – prosegue la lettera – escluderebbe tutte le persone con sindrome di Down con invalidità al 75 per cento, dall’usufruire dell’assegno mensile, che pur non avendo un importo elevato, è comunque un sostegno per la persona con sindrome di Down e per la famiglia già gravata da un compito di assistenza a vita del proprio figlio disabile. Alla luce di quanto sopra esposto si chiede che il Governo possa rivedere quanto previsto nella Finanziaria poiché è fuori di discussione che le persone con sindrome di Down, avendo un’alterazione di tipo cromosomico, hanno un’invalidità sulla quale non può essere posto alcun dubbio e la nostra società ha il dovere di tutelarle, mantenendo i riconoscimenti fino ad oggi acquisiti». La lettera è stata spedita il 26 maggio. Coordown è ancora in attesa di una risposta.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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