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Salute

Pandemia canaglia

L’influenza A-H1N1 compie un anno. Venti miliardi di euro incassati dalle case farmaceutiche per produrre il vaccino. Ma il virus è poco più pericoloso di un raffreddore. Chi ci ha marciato? di Federico Tulli

Dopo sei mesi di incessante tam-tam istituzionale, a gennaio è calato un improvviso silenzio. Oggi l’influenza A-H1N1 si riprende cinque minuti di notorietà e spegne la sua prima candelina. Era l’11 giugno di un anno fa quando, due mesi dopo la sua comparsa nelle campagne messicane e statunitensi e i primi decessi (144 nei 74 Paesi monitorati), il dg dell’Organizzazione mondiale della sanità, Margaret Chan, formulando la definizione di «pandemia influenzale di carattere moderato» comunicò il passaggio dalla fase di allerta pandemica “livello 5” a quello massimo di 6. Secondo l’Oms, sin dall’inizio sembra essere chiaro che l’A-H1N1 sia una febbre come un’altra, «solo di più veloce propagazione». E tale è ancora oggi. I circa 18mila decessi registrati in un anno parlano di un virus meno letale di una normale influenza di stagione. Così cita a inizio giugno l’ultimo report dell’apposito Comitato d’emergenza istituito dall’Oms: «Attualmente l’attività pandemica continua e il periodo di attività più intensa sembra essere passata» ovunque «tranne nei Caraibi e nel Sudest asiatico». Cautela, dunque, e moderato ottimismo. Ma da qualche parte i conti non tornano. Dopo la corsa all’acquisto di decine di milioni di dosi antivirali, già a metà dicembre 2009 quasi tutti i governi europei hanno cominciato a cercare il modo di rientrare di un costo che giorno dopo giorno si rivelava più che inutile. In Svizzera, Germania, Francia, per citarne alcuni, poche migliaia di casi e poche decine di decessi non giustificavano la spesa. In più i cittadini evitavano di vaccinarsi per via dello scetticismo mostrato dai medici verso un vaccino impossibile da testare efficacemente in soli 4 mesi. Molti hanno quindi pensato bene di rivendere i farmaci a prezzo di costo ai Paesi del Terzo mondo. Il tutto mentre le aziende farmaceutiche contabilizzavano 20 miliardi di euro di fatturato. Denaro anche nostro. Peccato però che l’Italia comparisse in cima alla lista della speciale classifica di dosi invendute. È di gennaio l’ultimo report del ministero della Salute: i vaccinati sono poco più di 800mila. A fronte di 24 milioni di dosi acquistate, per una spesa di 184,8 milioni di euro, più 2,5 milioni per la campagna informativa (fonte Aduc). Confermando l’ordine di spesa, in un question time del 13 gennaio il ministro Fazio precisa: «L’Italia ha ordinato 24 milioni di dosi, di cui solo la metà, cioè dieci milioni, prodotte e consegnate». Poi, come dicevamo, cinque mesi di silenzio. Che dura fino al 4 giugno, quando il Comitato per la salute del Consiglio d’Europa approva un rapporto sulla gestione della pandemia in cui si parla di «spreco del denaro pubblico e ingiustificato allarmismo sui rischi che i cittadini europei correvano a causa della pandemia di H1N1». Il documento dei parlamentari di Bruxelles (che verrà discusso a fine giugno) critica duramente l’Oms, ma anche l’Ue e i governi nazionali, sottolineando la presenza di «prove schiaccianti che la pericolosità dell’A-H1N1 è stata enormemente gonfiata». A gettare benzina sul fuoco è anche il British Medical Journal che denuncia conflitti di interessi tra Oms e industria farmaceutica. Intervistato da La Stampa, Fazio assicura che riadotterebbe tutte le procedure utilizzate per prevenire la pandemia in Italia. E aggiunge: «Quanto sia stato dolo e quanto fosse una precauzione lo si potrà capire meglio in corso di indagini. Tutti i governi hanno avuto indicazioni molto precise dall’Oms. Vorrei che non si dimenticassero le pressioni, anche da parte dei media, sull’Italia che si diceva avesse troppi pochi vaccini. Probabilmente il ministro si riferisce a quando si scoprì che la più alta percentuale di vittime riguardava gli under 14. Proprio la fascia di età che inizialmente non era stata indicata dal ministero tra le più a rischio. L’allarme vaccinazione per i bambini scattò in ottobre. Solo dopo i primi decessi che molto impressionarono l’opinione pubblica e quando era già in fase avanzata la campagna di sensibilizzazione di altre categorie: personale medico, forze dell’ordine e dipendenti del ministero dei Beni culturali. left 23/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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