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Salute

Ru486, la pillola che c’è ma non si vede

Solo 1.400 confezioni vendute in due mesi. L’uso del farmaco abortivo, pur rispettando la legge 194, risente ancora delle ingiustificate resistenze “politiche”. L’analisi di Mirella Parachini, presidente Fiapac di Federico Tulli

Solo 1.400 pillole in due mesi e il drastico calo del suo utilizzo tra aprile e maggio dimostrano come tutti i metodi messi in campo dalle istituzioni e dalla politica per ostacolare la commercializzazione della pillola abortiva Ru486 stiano funzionando a pieno regime». La presidente della Fiapac (Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione), Mirella Parachini, commenta così, senza giri di parole, il grido d’allarme lanciato da Marco Durini, direttore medico dell’azienda di distribuzione Nordic Pharma. Solo 1.100 pillole vendute ad aprile, addirittura 300 a maggio. La commercializzazione della Ru486 è invischiata in un sistema che ne rallenta in maniera inesorabile la diffusione, aveva detto Durini.

«È una situazione gravissima, inaudita – osserva la ginecologa -, il mifepristone è un farmaco regolarmente registrato. Eppure noi operatori stiamo verificando che il suo utilizzo richiede un tale impegno, una tale perseveranza che scoraggerebbe chiunque». Ostacoli non solo di natura burocratica, quanto legati pure alle naturali resistenze che sovente scattano di fronte alle innovazioni. Il tutto ampliato dal fatto che dopo 32 anni di rodato servizio le strutture deputate alle interruzioni volontarie di gravidanza si sono dovute completamente riorganizzare.

«Fino a marzo scorso gli aborti si eseguivano solo chirurgicamente, ora con la pillola tante cose sono cambiate. Ed è qui la nota più dolente delle altre. L’imposizione per legge del ricovero ospedaliero a chi sceglie l’aborto farmacologico rende questa tecnica praticamente inattuabile», spiega Parachini. In che modo? «Prendiamo l’esempio del Lazio, dove lavoro. La governatrice, Renata Polverini, ha appena annunciato il taglio dei posti letto in ospedale. Per la Ru486 c’è il ricovero obbligatorio. Come faccio io a chiedere alla mia amministrazione l’occupazione di un letto per tre giorni per un servizio che si potrebbe fare tranquillamente in day hospital?».

Per verificare con i propri occhi quali e quante siano le difficoltà che incontra chi sceglie l’interruzione volontaria di gravidanza per via farmacologica basta collegarsi questa sera alle 21:10 su Current tv (canale 130 di Sky) dove andrà in onda una scrupolosa inchiesta di Vanguard Italia dal titolo Pillola abortiva, Ru486Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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