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Bioetica

La scomparsa della bioetica

Mentre il mondo s’interroga sulle scoperte di Venter nel campo della biologia sintetica, il Cnb italiano spende tempo e denaro su questioni risolte da decenni di Federico Tulli

Proprio quando il Comitato nazionale per la bioetica cessava la propria attività per mancato rinnovo del mandato da parte di un’indifferente Presidenza del consiglio dei ministri, salvo poi essere riesumato sei giorni dopo perché considerato indispensabile dallo stesso Ufficio governativo, il gotha della bioetica mondiale entrava in fibrillazione per le notizie relative alla scoperta di Craig Venter nel campo della biologia sintetica. Come annunciato su Science l’équipe di Venter è riuscita a progettare, sintetizzare e assemblare cellule capaci di autoreplicarsi. Dopo aver costruito un pezzo di Dna in laboratorio, i ricercatori lo hanno inserito in una cellula privata del suo genoma. Risultato: la creazione della prima cellula batterica artificiale e accese discussioni ovunque. In seguito al pasticcio di cui il Cnb si era reso protagonista, e dopo aver ottenuto tre mesi di vita in più (a proposito, il mandato è scaduto per legge il 4 maggio, e non esiste alcun decreto in cui si cita la proroga al 27 agosto), quale migliore occasione per il Comitato di riacquistare credibilità presso l’opinione pubblica se non quella di aprire un dibattito sulla scoperta di Venter? Dopo tutto potrebbe causare un radicale mutamento del nostro modo di concepire la vita, forse anche quella umana, esattamente come accade ogni volta che settori dell’innovazione tecnologica – dalle nanotecnologie alle neurotecnologie, dalle tecnologie della comunicazione alla robotica – valicano nuovi confini. E invece nulla. In coerenza col fatto che in Italia la Convenzione di Oviedo sulla biomedicina – secondo cui in presenza di temi nuovi, compito dei Comitati per la bioetica è promuovere una cultura dell’informazione scientifica obiettiva e favorire un effettivo dibattito pubblico – non è mai stata applicata, alla plenaria che si conclude venerdì 28 maggio, l’ordine del giorno verte sull’analisi del parere del gruppo di lavoro sui “Criteri di determinazione della morte”. Pensando alle recenti vicende del Cnb ci sarebbe da far dell’ironia. Il punto è che fino “al rompete le righe” del Comitato diretto da Francesco Paolo Casavola potranno esserci tre, al massimo cinque plenarie. Scoperta di Venter a parte, i pareri in sospeso sono nove: biometria, equità di accesso alla salute, etica delle neuroscienze, etica della sperimentazione clinica controllata, bioetica e scuola, carcere suicidio e autolesionismo, obiezione di coscienza. C’è poi quello sul «segreto nelle procedure riguardanti il sistema regolatorio dei farmaci» di cui si occupa il gruppo coordinato dal fondatore dell’Istituto Mario Negri, Silvio Garattini. Quali sono quelli che finiranno nel cestino assieme al tempo speso dai gruppi di lavoro e al denaro dei contribuenti impiegato per l’occasione? Difficile prevederlo in assenza di un chiaro criterio di selezione. Pochi in seno al Cnb pensavano che il parere sui “Criteri di determinazione della morte” avrebbe avuto la priorità. Il gruppo si è formato solo a novembre 2009, per di più nonostante il parere contrario di 16 componenti. I quali senza tanti giri di parole dissero che non c’erano fatti nuovi tali da giustificare l’apertura di un dibattito sui criteri dei protocolli di Harvard del 1969, che ancora oggi ispirano la maggior parte delle legislazioni in materia di accertamento della morte cerebrale. Curiosamente, ma non troppo, ispiratrice del gruppo di lavoro è Lucetta Scaraffia, autrice di un famoso articolo pubblicato a novembre 2008 sull’Osservatore Romano, in cui si rifà alle tesi “anti-Harvard” del filosofo Hans Jonas, secondo il quale non si potrà mai sapere cosa avviene nel passaggio dalla vita alla morte. Ancor più curiosamente, l’opposizione all’idea di morte cerebrale combacia con la linea ideologica adottata dal governo durante le fasi finali della vicenda di Eluana Englaro. Dopo l’estate riparte il dibattito sul biotestamento. Non sarà che al Cnb stiano facendo le esercitazioni per tramutarsi, con il nuovo corso, da organo consultivo in authority dal vincolante potere decisionale sui temi della bioetica?

left 21/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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