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Società

Ddl intercettazioni e pedofilia, il cavillo salva-preti

Pensando ai crimini pedofili che hanno travolto il Vaticano, una delle parole più spesso pronunciate dalle gerarchie ecclesiastiche per uscire dall’angolo è stata senza dubbio «trasparenza». Con le diocesi sommerse da migliaia di denunce e stordite dal peso delle prove riportate in voluminosi dossier (Irlanda, Germania, Inghilterra e così via), non è passato giorno senza che cardinali del calibro di Sodano, Bagnasco, Lombardi non l’abbiano pronunciata, alludendo alla vigorosa controffensiva che la Santa sede starebbe mettendo in atto per invertire la decennale tendenza a insabbiare le denunce. Prassi questa, però, ancora in voga, a sentire il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, incaricato dalla Conferenza episcopale tedesca di indagare sugli abusi sessuali in Germania. Dice Ackermann, intervistato a marzo dal quotidiano Rhein Zeitung: «In tutta una serie di casi, dove non c’è stata una reale volontà di far luce e i colpevoli sono stati semplicemente trasferiti, dobbiamo ammettere che c’è stato un vero e proprio occultamento». Veniamo all’Italia. Dicevamo della trasparenza. Nelle scorse settimane i media hanno steso tappeti rossi (porpora) per celebrare l’impegno assunto dai vescovi nostrani a collaborare con le autorità civili. Nessuno ha fatto caso alla postilla da tutti loro pronunciata: «Nel rispetto della legge». Un’aggiuntina non irrilevante, poiché non esiste norma che obblighi un vescovo a denunciare un crimine di cui è venuto a conoscenza (sia pure grave come la pedofilia). A differenza del preside di una scuola, ad esempio, il vescovo non è un pubblico ufficiale, dunque se viene a sapere di una violenza subita da un bambino non è obbligato a denunciarla alla magistratura italiana. Cosa del resto mai accaduta, come racconta Pietro Forno, capo del pool antimolestie di Milano (il Giornale del 1o aprile 2010). Il ddl “intercettazioni” poteva essere l’occasione per colmare questa lacuna e dare concreto sostegno all’impegno verbale di trasparenza assunto oltretevere. E invece? Invece nell’articolo 24 c’è una clausola di salvaguardia per gli ecclesiastici, di questi tempi alquanto sospetta: «Se risulta indagato un sacerdote deve essere preventivamente informato il vescovo, se a essere indagato è un vescovo l’informativa deve essere inoltra direttamente in Vaticano, al segretario di Stato». «L’obbligo di comunicare preventivamente l’esistenza di indagini contrasta con il segreto istruttorio, di cui il pubblico ministero è il dominus», osserva Francesco Dall’Olio, magistrato della Procura della Repubblica di Roma. Nel diritto non c’è traccia di concessioni analoghe. «L’indagato ha sì il diritto di chiedere eventuale notizia di un’iscrizione a suo carico ma il magistrato inquirente può rifiutare la comunicazione». I motivi della discrezionalità sono evidenti: le informazioni possono nuocereirrimediabilmente alle indagini. Quando anche l’introduzione di questo obbligo fosse in ossequio a un comma nascosto nelle pieghe del Concordato del 1929, l’averlo riesumato inficia gli annunci di trasparenza delle gerarchie vaticane. A meno che non intendessero dire che siamo “noi” a dover essere trasparenti con loro.

Federico Tulli, left 21/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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