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Bioetica

Etica istituzionale o Cnb, chissà chi scade prima

Prima soppresso, poi rianimato il Comitato nazionale per la bioetica vivrà fino al 27 agosto. Una situazione che mette a nudo la confusione d’idee che regna alla presidenza del Consiglio dei ministri di Federico Tulli

In principio fu una mail con cui il presidente Francesco Paolo Casavola ha comunicato ai membri del Comitato nazionale per la bioetica che il Cnb era venuto a scadere lo scorso martedì 4 maggio 2010, e cioè a tre anni esatti dall’adozione del Decreto del presidente del Consiglio dei ministri 4 maggio 2007, che ha provveduto al riordino degli organismi operanti presso la presidenza di Palazzo Chigi. La comunicazione ha colto tutti gli interessati di sorpresa, anche perché molti documenti importanti erano in corso di approvazione. Tuttavia, con buona pace dei 9 gruppi di lavoro avviati e dei loro pareri rimasti in sospeso (biometria, equità di accesso alla salute, etica delle neuroscienze, etica della sperimentazione clinica controllata, bioetica e scuola, carcere suicidio e autolesionismo, criteri di determinazione della morte, obiezione di coscienza), la scadenza del Cnb è coerente con il termine fissato dalla normativa vigente. È vero anche, però, che la presidenza del Consiglio, sempre ai sensi della normativa vigente, avrebbe potuto valutare la «perdurante utilità» del Cnb e, conseguentemente, l’opportunità di prorogarne il mandato per un triennio, sulla base di una relazione che lo stesso Comitato avrebbe dovuto inviare al Palazzo Chigi tre mesi prima della scadenza del 4 maggio 2010 (quindi a febbraio). «Una vicenda surreale», osserva Luca Marini, vice presidente del Cnb, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma e presidente del Centro di studi biogiuridici Ecsel. Marini poi aggiunge: «O la relazione non è stata inviata dal Cnb oppure la presidenza del Consiglio ha comunque ritenuto di non poter esprimersi favorevolmente sulla “perdurante utilità” del Comitato, lasciando che quest’ultimo scadesse, per automatismo legislativo, il 4 maggio scorso». Fin qui dunque sembrerebbe tutto regolare, ma ecco il primo colpo di scena. Mercoledì 12 maggio, e quindi tardivamente rispetto al dettato normativo, la presidenza del Consiglio ha cambiato parere e ha provveduto a prorogare il mandato del Cnb fino al 26 agosto prossimo, data in cui viene a scadere il triennio dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Dpcm 4 maggio 2007. Il secondo colpo di scena è costituito dal fatto che la stessa presidenza del Consiglio, precedentemente e correttamente, aveva comunicato di ritenere impraticabile sotto il profilo giuridico la proroga al 26 agosto. «E bene aveva fatto – nota il vice presidente del Cnb – perché, essendo il Decreto un atto amministrativo, la sua vigenza è indipendente dalla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. In altre parole, il termine di scadenza del 4 maggio resta valido, con buona pace dei lavori del Comitato rimasti in sospeso. La nuova scadenza del 26 agosto potrebbe addirittura sollevare questioni di legittimità. Penso all’eventuale svolgimento delle assemblee plenarie del Cnb previste, in origine, per fine maggio, giugno e luglio». Ma la telenovela non è finita. Le agenzie di stampa di lunedì 10 e di martedì 11 maggio riportano una nota di Palazzo Chigi in cui si afferma che la scadenza del 4 maggio è frutto soltanto di un equivoco, peraltro già chiarito dal presidente Casavola che invece, come abbiamo riferito all’inizio, è stato il primo a comunicare ai membri del Cnb l’avvenuta scadenza del Comitato. La nota indica anche il 27 agosto (e non più il 26, tra l’altro) come data di scadenza e aggiunge che la stessa presidenza si adopererà per mantenere in vita il Cnb in ragione delle particolari e benemerite funzioni svolte nel campo della bioetica. «Sì, ho letto che la presidenza del Consiglio chiederà il parere del Consiglio di Stato per sottrarre il Cnb alla disciplina dettata dal cosiddetto decreto Brunetta. La cosa è singolare, perché il Cnb è espressamente citato nella Tabella 1 allegata all’ormai noto Dpcm del 4 maggio 2007, in qualità di struttura operante nell’ambito dell’Ufficio del segretario generale della presidenza del Consiglio, e, pertanto, è chiaramente coinvolto nelle disposizioni di quel decreto. Mi chiedo se il ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, che ha già dichiarato di non sapere «assolutamente nulla» del Cnb, sarebbe disposto a fare un’eccezione che aprirebbe la porta, ovviamente, a molte altre ugualmente benemerite e peculiari». In conclusione, tutta la vicenda appare confusa e improntata a sciatteria istituzionale. È ammissibile che nel triennio appena concluso (1.095 giorni) nessuno all’interno della presidenza del Consiglio e del Cnb – il Presidente e gli altri illustri componenti – si sia preso la briga di consultare le norme che reggono il Comitato, e abbia predisposto per tempo le iniziative che oggi sono costretti a rincorrere, coinvolgendo anche il Consiglio di Stato?

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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