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Bioetica

Cnb, tutti a casa. Anzi no

Il giallo del Comitato nazionale per la bioetica, prima eliminato e poi riportato in vita dalla Presidenza del consiglio. In ballo diversi temi rischiosi per la tenuta della maggioranza di Federico Tulli

Il Comitato nazionale per la bioetica ha «un ruolo essenziale per la vita del Paese». Era il 26 ottobre del 2007 quando il presidente del Cnb, Francesco Paolo Casavola, pronunciava queste parole nel pieno della bufera causata dall’anomalo (e surreale) defenestramento dei suoi tre vice presidenti Cinzia Caporale, Luca Marini ed Elena Cattaneo. I tre, nel gennaio 2009, furono reintegrati dopo il ricorso al Tar vinto da Marini (anche se la Cattaneo si era nel frattempo dimessa dal Comitato). A distanza di 30 mesi da quei giorni convulsi, il Cnb torna a far parlare di sé per questioni non strettamente attinenti ai pareri su temi etici che fornisce alla Presidenza del consiglio, l’organo istituzionale da cui dipende direttamente. E oggi quelle parole di Casavola suonano beffarde. Il 4 maggio scorso il Comitato ha cessato improvvisamente di esistere, senza che per una settimana l’opinione pubblica fosse informata. Non basta. Surreale per surreale, mercoledì 12 maggio, 24 ore dopo l’uscita di un’Ansa che ne annunciava la fine, il Comitato è resuscitato. Con tanto di comunicato della Presidenza del consiglio in cui viene definito «indispensabile». Ma andiamo per ordine. Tutto comincia giovedì 6 maggio quando una e-mail della Presidenza avvisa i 40 componenti del comitato che «sulla base della normativa vigente» le attività del Cnb si erano concluse due giorni prima, il 4 maggio. Una comunicazione che prende di sorpresa molti dei destinatari, convinti che l’organo di consulenza, come da regolamento, avrebbe funzionato sino a dicembre 2010. Cioè quattro anni dopo l’insediamento avvenuto per decreto della Presidenza del consiglio (Dpcm). Un piccolo giallo, il primo di una lunga serie, che si è risolto durante la giornata del 10 maggio, quando una seconda e-mail della Presidenza, meno criptica della prima, ha spiegato ai destinatari che l’anticipo della data di scadenza del Comitato era dovuta alla norma sul riordino degli organi collegiali istituiti presso la Presidenza del consiglio, che farebbe risalire la data di proroga per tre anni del Comitato alla sottoscrizione del provvedimento, avvenuta, appunto, il 4 maggio 2007. Alcune ore dopo la seconda e-mail di Casavola, l’Ansa batte l’agenzia di cui abbiamo detto. Per la prima volta (siamo al 10 maggio) si viene a sapere che uno degli organi consultivi più importanti del Paese non esiste più. Da ben sei giorni. L’effetto della notizia è dirompente. E la vicenda si fa ancora più surreale. Nella serata del 10 comincia infatti a circolare con insistenza la voce che la Presidenza del consiglio stesse seriamente prendendo in considerazione l’ipotesi di prorogare il Cnb fino al 26 agosto. La scelta della data non è casuale, perché corrisponde al terzo anniversario della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dpcm «sul riordino degli organi collegiali» (avvenuta il 26 agosto 2007). Nella mattinata di mercoledì 12 arriva la conferma, anch’essa anticipata via e-mail, questa volta dalla Presidenza del consiglio. Il Cnb di Casavola vivrà fino al 26 agosto 2010, perché ritenuto organo «indispensabile». C’è scritto proprio così. Questi, fino al momento di andare in stampa, i fatti. Che non spiegano però diverse cose. Vediamole insieme. Secondo lo statuto del Cnb, al termine del mandato il presidente deve presentare a palazzo Chigi una relazione conclusiva sull’operato del comitato. Sulla base di questo documento la Presidenza del consiglio decide se prorogare o meno il Cnb. Delle due l’una: o Casavola non ha presentato la relazione lasciando che l’organo da lui presieduto perisse senza sparare un colpo, oppure l’ha fatto e in base ai risultati descritti il capo del governo ha ritenuto inutile che continuasse a lavorare. Questo spiegherebbe perché il 4 maggio il Cnb è stato lasciato morire. Ma allora perché 6 giorni dopo è tornato in vita con tanto di “encomio” governativo? Mistero. Tanto più lo è poiché appare francamente assurdo anche solo ipotizzare che Casavola, presidente emerito della Corte costituzionale, ometta di spedire un documento tanto importante e non solo dal punto di vista formale. E difatti la relazione è stata spedita. Lo conferma lo stesso presidente del Cnb, ma solo nella mattinata del 12 maggio, incalzato da alcuni membri. Una carenza di informazione interna inspiegabile. Ma a questo punto la domanda è: cosa c’era scritto in quella relazione e perché nessuno dei componenti l’ha mai potuta leggere prima del 4 maggio? Insomma, in quale luce Casavola aveva messo il Comitato davanti al premier? In chiusura una buona notizia. O così almeno sembra, visto il contesto. La sospensione anticipata dei lavori avrebbe lasciato incompiuti alcuni pareri già depositati all’attenzione dell’assemblea plenaria dai diversi gruppi di lavoro. Nove i temi allo studio degli esperti: biometria, equità di accesso alla salute, etica della sperimentazione clinica controllata, bioetica e scuola, obiezione di coscienza, carcere suicidio e autolesionismo, etica delle neuroscienze, criteri di determinazione della morte. Particolarmente delicati sono questi ultimi quattro pareri, soprattutto se si pensa al difficile momento che stanno vivendo gli equilibri politici all’interno della maggioranza. Dove, da un lato chiede spazio la corrente finiana più propensa a valutare laicamente certi temi, e dall’altro si oppone l’ala cattolica rappresentata dalla sottosegretaria con delega alla bioetica Eugenia Roccella che nel Comitato ha come testa di ponte Assuntina Morresi, editorialista di Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana. Nella prossima plenaria convocata per il 28 maggio si dovrebbe discutere anche del parere sul «segreto nelle procedure riguardanti il sistema regolatorio dei farmaci» di cui si sta occupando un gruppo coordinato dal fondatore dell’Istituto Mario Negri, Silvio Garattini. Segreto auspicato dai vertici dell’Unione europea (meno dal Cnb), ma che priverebbe i cittadini di fondamentali informazioni sulla composizione dei medicinali. Come dimostra l’assurda vicenda del foglietto illustrativo del farmaco contro l’infertilità Meropur, di cui left ha già scritto. left 19/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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