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Cultura migrante

Quel “rumore di fondo” che disturba i Paesi ricchi

Domenica 9 maggio, a Roma, l’ultimo grave atto di violenza xenofoba. Il 14 maggio all’Accademia dei Lincei si parlerà di “Migrazioni: un mondo in cammino che è ancora abbandonato a se stesso” di Federico Tulli

«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano, anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina. Dicono che siano dediti al furto, e se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro». Non è il brano di un qualsiasi comizio leghista, ma di una relazione che l’Ispettorato per l’immigrazione statunitense inviò nel 1912 al Congresso di Washington, com’era prassi all’epoca. Si parla di migranti italiani. Prosegue la relazione: «I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». Infine la chiusa: «Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite, e non contestano il salario. Gli altri provengono dal Sud. Vi invito a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione».  Anzi. Nonostante siano proprio i Paesi “ricchi” a catalizzare le inevitabili migrazioni da zone in cui guerre, repressioni, condizioni climatiche rendono impossibile una sopravvivenza degna di questo nome, oggi chi si trova in questo status non è più definito migrante, ma, quasi sempre, clandestino. Quello che un tempo era naturale – spostarsi da un’area all’altra del pianeta alla ricerca delle migliori condizioni di vita – viene oramai considerato illegale dalle giurisdizioni nazionali e internazionali. E spesso brutalmente represso. Accade pure in Italia, con l’introduzione della Legge Bossi-Fini. Una norma voluta, scritta e approvata da politici sciaguratamente dimentichi del fatto che nei primi 15 anni del secolo scorso erano circa 600mila l’anno gli immigrati irregolari italiani che si accalcavano alle “dogane” statunitensi, tedesche, britanniche e così via. Non solo. Proprio il nostro Paese solo 60 anni fa è stato uno dei volani dell’esodo “clandestino” di «donne, uomini e bambini in cerca di un futuro e di migliori condizioni di vita oltre le Alpi», come racconta Sandro Rinauro nel suo saggio Il cammino della speranza (Einaudi, 2009). Dicevamo dell’essere umano migrante per natura. La necessità di soddisfare l’esigenza di un’alternativa a quanto imposto da situazioni ambientali (umane e naturali) sfavorevoli è da sempre oggetto di studio delle scienze. Non solo di quelle biologiche, sovente concentrate sulla datazione delle migrazioni preistoriche, a partire da quella fondamentale avvenuta dall’Africa verso l’Europa 60-70mila anni fa. Il 14 maggio, all’Accademia dei Licei di Roma, per discutere dei risvolti di carattere sociale causati dalle odierne transumanze, il docente di Demografia dell’università di Firenze, Massimo Livi Bacci, terrà una conferenza dal titolo Migrazioni: un mondo in cammino che è ancora abbandonato a se stesso. «Nel mondo del XXI secolo – nota l’accademico dei Lincei – è oramai comune l’idea che le grandi migrazioni non siano un motore primario della società, ma piuttosto una componente anarchica del cambio sociale, un “rumore di fondo” che disturba il regolare ronzio della vita sociale. Le migrazioni – prosegue Livi Bacci – vengono percepite come un tributo da pagare al declino demografico, come un rimedio alle strozzature del mercato del lavoro, come un’emergenza da risolvere, come un pericolo incombente. Sempre più il migrante è considerato forza lavoro, non come componente a parte intera della società che lo accoglie. Mai come oggi è stato evidente il conflitto tra gli interessi dei paesi di origine, quelli dei paesi di destinazione e quelli dei veri protagonisti, i migranti. Gli stati pervicacemente rifiutano di cedere anche una minima frazione della loro sovranità in tema migratorio in favore di qualche entità sopranazionale». Eppure, osserva lo studioso, di una cooperazione e di un governo mondiale c’è crescente bisogno se gli interessi in conflitto debbono essere contemperati e se, alle migrazioni, deve essere restituita appieno la loro funzione positiva nello sviluppo delle società. «L’ultimo secolo, a partire dalla Prima guerra mondiale ad oggi – sottolinea Livi Bacci – è stato segnato da un percorso irregolare, da politiche contraddittorie, dall’impatto dei grandi shock bellici sui trasferimenti di popolazione, dalla separazione dell’oriente europeo dal resto del continente, dall’inversione del ciclo migratorio (l’Europa da esportatrice diventa, dopo mezzo millennio, nuovamente importatrice di risorse umane) dall’impatto profondo del ciclo demografico. Negli ultimi tempi – conclude – le politiche migratorie si sono fatte più restrittive e più selettive, si sono indebolite le prerogative dei migranti, mentre le pressioni aumentano per ragioni sia demografiche che economiche generate dai divari Nord-Sud». In tutto questo s’incardina la pericolosa deriva razzista che sta sconquassando l’Italia. Dove quanto accaduto a Rosarno nei mesi scorsi non è che la punta dell’iceberg di una situazione favorita dalla legittimazione culturale, politica e sociale della xenofobia di cui gli attori pubblici e istituzionali sono i principali protagonisti. E persone come le quattro ragazze che lo scorso weekend a Roma hanno spedito all’ospedale una coppia di cinesi colpevoli di essere “diversi”, dei patetici quanto violenti comprimari.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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