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Cultura

Gli occhi della guerra nell’Africa dimenticata

Bambina (Congo) di Ugo Lucio Borga

Fino al 13 giugno, alle Scuderie del Forte di Bard la mostra fotografica Les yeux de la guerre. Congo et Somalie. Le immagini dei due sanguinari conflitti realizzate dal giornalista valdostano Ugo Borga di Federico Tulli

Quell’espressione da adulta nel volto di bambina. Il suo corpo in estrema tensione di fronte al militare che tiene a bada lei e i fratelli maggiori con un kalashnikov. Che lei non guarda. Perché il pericolo è in ciò che passa per la testa dell’adulto. Lei lo sa e gli fissa gli occhi. Coraggiosa. Solo la mano sinistra saldamente stretta alla cinta di sua sorella tradisce ciò che resta di un’infanzia vissuta, in Congo, nella paura. Senza lacrime. È una delle trenta immagini scattate dal fotogiornalista Ugo Lucio Borga, che fino al 13 giugno prossimo sono in mostra alle Scuderie del Forte Bard in Val d’Aosta nell’esposizione dal titolo “Les yeux de la guerre. Congo et Somalie”. Foto che ci proiettano senza rete in mezzo a due sanguinari conflitti dimenticati dell’Africa che hanno determinato sconvolgimenti rilevanti non solo nella storia del continente africano ma dell’intero pianeta. Stiamo parlando delle guerre civili tuttora in corso nella Repubblica Democratica del Congo e in Somalia, che Borga nel corso degli anni ha documentato e pubblicato su numerose testate nazionali ed estere tra cui The Independent, Die Zeit, La Vanguardia Magazine e Rolling Stone. Sono i bambini e le donne i protagonisti delle immagini di questa mostra. Vittime niente affatto collaterali di due guerre che hanno in comune questa come molte altre tragiche “fatalità”. A cominciare dal numero dei morti. Impressionante. Il conflitto in Congo, ad esempio, nell’indifferenza dei media ha provocato fino a oggi il decesso di oltre 5 milioni e mezzo di persone, di cui almeno la metà bambini, spesso obbligati a partecipare attivamente ai combattimenti. «Il Congo – ha raccontato Borga nel giorno

Donna che cammina (Somalia) di Ugo Lucio Borga

dell’inaugurazione di Les yeux de la guerre – è uno degli stati più ricchi del pianeta in termini di risorse naturali. Ma il suo popolo è uno dei più poveri e assiste stremato alle decine di multinazionali straniere che procedono, in un assordante silenzio mediatico, al saccheggio sistematico di questo Paese già dilaniato da odi etnici conseguenti al genocidio in Rwanda». Storia tragicamente simile è quella della Somalia. «Mogadiscio oggi è una delle città più pericolose al mondo Il tempo medio di sopravvivenza per un occidentale è di circa 3 minuti. Il governo di transizione somalo controlla solo alcuni quartieri della capitale e Mogadiscio, abbandonata a se stessa come l’intero Paese, è un mattatoio a cielo aperto». Guardare per credere.

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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