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Bioetica

Organi umani, Pechino blocca il traffico

Prospera in Cina il commercio delle parti del corpo prelevate dai condannati a morte. Per contrastarlo, il Guandong dà il via a un programma per favorire le donazioni di Paolo Tosatti

Un traffico di morte che serve a salvare delle vite. È una macabra e annosa antitesi quella collegata al problema del trapianto d’organi in Cina. Un Paese dove ogni anno sono un milione e mezzo le persone bisognose di un innesto ma in cui la popolazione è ancora culturalmente restia a donare parti del proprio corpo dopo il decesso. Con il risultato che spesso è il mercato nero a colmare il divario tra la domanda e l’offerta. Il commercio di organi è stato messo al bando da Pechino nel 2006. L’anno successivo le autorità hanno promulgato una legge che prevede che solo il coniuge o i consanguinei possano effettuare donazioni a un paziente. Provvedimenti che però non sono riusciti a fermare un diffuso ed esteso mercato illegale, alimentato soprattutto tramite gli espianti dai condannati a morte e più volte denunciato da organizzazioni per i diritti umani e associazioni mediche internazionali e locali.

Per tentare di risolvere il problema, il Paese della Grande Muraglia ha lanciato l’estate scorsa un programma per favorire la donazione degli organi. Nella provincia meridionale del Guangdong il progetto è entrato nella fase attuativa la settimana scorsa, con l’istituzione di uno speciale comitato composto da scienziati, medici ed esperti che avranno il compito di individuare le strutture sanitarie idonee e di dar vita a un registro delle donazioni. Secondo i dati forniti dal quotidiano China Daily, nella provincia, dove vivono oltre 80 milioni di individui, le persone che hanno scelto di donare i propri organi tra il 2003 e il 2009 sono state solo 50. Il numero di soggetti che li hanno ricevuti è sceso da 2.034 nel 2004 a 1.118 nel 2009. «Questo sistema aiuterà a diffondere nella società l’idea che la cessione dei propri organi sia utile e vantaggiosa per tutti», ha dichiarato Chen Zechi, direttore locale della Società cinese della Croce rossa (Sccr), coinvolta nel programma insieme al ministero della Salute di Pechino. Dopo la fase sperimentale, nell’ambito di un progetto pilota che coinvolgerà anche le città di Tianjin, Shanghai, Xiamen, Nanjing e Wuhan e le province di Liaoning, Zhejiang, Shandong e Jiangxi, è previsto che il sistema sia allargato ad altri 21 centri urbani e poi progressivamente al resto del Paese, sebbene, come ha sottolineato Chen, «la scarsità di fondi governativi e di personale specializzato lascia supporre che i tempi saranno piuttosto lunghi». La “corsa” cinese ai trapianti ha avuto inizio per espresso desiderio delle autorità nazionali verso la metà degli anni Ottanta. Nell’arco di pochi anni, il Paese è riuscito a raggiungere un numero ragguardevole di interventi, classificandosi secondo nella graduatoria internazionale, superato solo dagli Stati Uniti. Una posizione da cui la Cina non si è poi più allontanata: ogni anno sono oltre 10mila i trapianti d’organo effettuati nel Paese. Da subito gli attivisti per i diritti umani tentarono di denunciare la pratica dell’espianto dai condannati a morte, senza però riuscire a portare il problema all’attenzione della comunità e dell’opinione pubblica internazionali. Sono stati necessari più di vent’anni prima che Pechino arrivasse ad ammettere ufficialmente l’esistenza del problema: è stato infatti nel novembre del 2006, in occasione del Summit nazionale sul trapianto degli organi tenutosi a Ghuazou, che Huang Jefu, viceministro della Sanità, ha dichiarato che «la maggior parte degli organi disponibili in Cina viene prelevata dai condannati uccisi».

La legge cinese stabilisce che gli organi dei condannati possano venire usati per il trapianto solo se il prigioniero è d’accordo, se la famiglia è consenziente o se nessuno reclama il corpo dopo l’esecuzione. Ma come segnalato più volte dalle organizzazioni e associazioni umanitarie, spesso per aggirare le norme le persone che si vedono comminare la pena capitale vengono costrette a firmare dei documenti in cui testimoniano di essere dei parenti stretti dei beneficiari degli organi o di essere a questi emotivamente legati. E sono molte le strutture ospedaliere disposte a chiudere un occhio su queste pratiche illegali pur di trarne enormi profitti, considerato che il prezzo di un organo può variare da alcune migliaia a molte decine di migliaia di dollari. Un traffico agevolato dalla totale segretezza che avvolge queste operazioni: la destinazione dell’organo e i nomi dei chirurghi che partecipano alle operazioni sarebbero avvolte dalla più totale riservatezza, e anche le autoambulanze utilizzate per prelevare gli organi circolerebbero senza contrassegno. Gli ultimi numeri ufficiali, diffusi l’anno scorso dal ministero della Salute e riportati dal China Daily, sostengono che gli organi provenienti dai condannati a morte usati nei trapianti siano il 65 per cento del totale. Secondo gli attivisti per i diritti umani, però, questo dato sarebbe pesantemente sottostimato: in base a valutazioni approssimative, si rasenterebbe il 90 per cento dell’ammontare complessivo. Mentre il governo insiste a sottolineare che queste pratiche sono esclusivo appannaggio di medici senza scrupoli, operanti in completa clandestinità, gli oppositori evidenziano che quella raccontata dal governo è solo una parte della verità che, svelata nella sua interezza, vedrebbe coinvolte le autorità carcerarie, i vertici medici vicini al sistema correzionale cinese e molte strutture sanitarie. Inoltre, come evidenziato dalle organizzazioni militanti, il traffico degli organi si estenderebbe ben oltre i confini nazionali, con medici giapponesi, taiwanesi, di Hong Kong e di Singapore disposti a fare da intermediari e indirizzare i pazienti verso quegli ospedali cinesi in grado di procurarsi organi su richiesta nel giro di poco tempo. Sempre secondo i dati ufficiali, oggi i centri abilitati a eseguire un trapianto sarebbero 164 in tutto il Paese. Anche in questo caso, però, gli attivisti non concordano, parlando di oltre 600 strutture, molte delle quali clandestine. Un’attività illecita ampia e articolata su cui, insistono, è necessario fare chiarezza.

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Regole poco organiche

Intervista a Luca Marini, docente di Diritto internazionale alla Sapienza di Roma e vicepresidente del Comitato nazionale per la bioetica di Federico Tulli

Il traffico illegale di organi non è un fenomeno italiano o europeo ma internazionale e perciò va combattuto a livello mondiale sotto la guida dell’Onu. Così dicendo, il giudice del Tribunale penale dell’Aja, Cuno Tarfusser, ha sottolineato la necessità di un’iniziativa legislativa internazionale. Quante possibilità di concretizzarsi ha un’iniziativa del genere e a quali risultati potrebbe portare?

Ben venga un’iniziativa internazionale contro il traffico di organi. Personalmente, però, dubito che essa possa tradursi rapidamente in strumenti internazionali di tipo normativo, tenuto conto della generale resistenza degli Stati ad assumere nuovi impegni vincolanti, si tratti di liberalizzare gli scambi commerciali o di tutelare la salute. Va aggiunto che i tempi di elaborazione di nuove norme internazionali sono, in genere, direttamente proporzionali al loro grado di cogenza: più le norme sono vincolanti, più lunghi saranno i relativi negoziati. Senza contare che, una volta che le nuove norme internazionali sono state poste in essere, occorre ratificarle e recepirle negli ordinamenti interni mediante procedure che, come si è visto negli ultimi anni, non sempre vanno a buon fine. In conclusione, non credo che si giungerà presto a una soluzione normativa internazionale del fenomeno del traffico di organi.

Con l’obiettivo di stimolare le donazioni di organi e di combattere il “turismo dei trapianti”, il ministro della Sanità spagnolo Trinidad Jimenez ha auspicato, di recente, l’emanazione da parte dell’Europarlamento di una Direttiva europea sulle donazioni di organi. Secondo Jimenez, questo strumento consentirebbe alla Ue di avviarsi sulla strada di una migliore regolamentazione in questo campo. Qual è la sua opinione in merito?

L’introduzione di norme in materia è senz’altro più facile a livello europeo, considerate la (presunta) maggiore coesione esistente tra gli Stati membri dell’Unione europea e le caratteristiche del sistema giuridico comunitario, che può dar luogo ad atti direttamente applicabili negli ordinamenti nazionali senza necessità di attivare procedure di recepimento che, come ho detto poc’anzi, non sempre vanno a buon fine. Va tuttavia ricordato che il termine “donazione”, apparentemente univoco, può prestarsi a strumentalizzazioni semantiche, giuridiche e politiche. Un precedente in tal senso è offerto proprio dalla direttiva comunitaria che, nel 2004, ha disciplinato l’approvvigionamento e la conservazione di tessuti e cellule umani, secondo cui le donazioni possono essere «indennizzate», comprendendo nell’“indennizzo” anche il rimborso dei «disagi sofferti dal donatore». Molti, allora, soprattutto tra i cattolici, interpretarono quella disposizione normativa come lo schermo dietro il quale avviare forme surrettizie di mercificazione del corpo umano.

C’è un nesso tra il traffico di organi e la donazione?

Non c’è alcun nesso logico, perché il traffico di organi risponde ad un principio mercantilistico mentre la donazione risponde a un principio solidaristico. Probabilmente, incentivare la donazione altruistica potrebbe influire positivamente sulla riduzione di taluni fenomeni illegali che avvengono in questo contesto. Tuttavia, ancora una volta occorre intendersi sui termini, perché, talvolta, traffico e donazione possono avere significati ambigui.

Se una normativa interviene per disciplinare forme di “donazione” retribuita, apre la strada a un “traffico” legalizzato?

In questa prospettiva, non tutti gli interventi normativi possono essere buoni: penso, ad esempio, a quelli concepiti per rispondere alla crescente domanda di materiale biologico e che potrebbero finire per “legittimare” – o, come si dice in politica, “sdoganare” – fenomeni che appaio ai limiti del traffico. è questo il caso, secondo alcuni, della Direttiva comunitaria del 2004 sull’approvvigionamento di cellule e tessuti, che ho citato poco fa. Naturalmente, non parlo dei casi aberranti di traffico illegale perché questi ricadono nell’ambito delle norme penali e richiederebbero maggiore vigilanza, soprattutto a livello internazionale da parte di organizzazioni come l’Unicef. Penso, qui, ai delitti perpetrati, particolarmente a danno dei bambini, per espiantare organi e che, recentemente, sono stati denunciati anche in Italia dal ministro dell’Interno Maroni.

Di recente il Comitato nazionale di bioetica ha espresso un parere favorevole sulla donazione samaritana di organi. Lei si è astenuto, dichiarando che «c’è troppo timore della mercificazione di organi» e che «si rischia di porre paletti eccessivi».

Considerando quanto sia marginale il contributo dei “samaritani” nell’ambito delle donazioni, e che a breve sull’argomento si esprimerà anche il Consiglio superiore di sanità, ci può spiegare il perché del suo scetticismo? Personalmente, ritengo che il tema della cosiddetta donazione samaritana non costituisca un’emergenza clinica o bioetica, visto che finora parliamo, in Italia, di tre potenziali donatori, a fronte di migliaia di soggetti in attesa di trapianto. Ciò premesso, non vorrei che il documento del Cnb rischiasse di disincentivare la formazione di una cultura della donazione altruistica o che, strumentalmente, fosse utilizzato in tale direzione. La donazione altruistica, anche in questo campo, andrebbe incoraggiata, vista la lunghezza delle liste di attesa per i trapianti di organo. Il documento ha suscitato forti resistenze da parte degli ambienti cattolici, che sono disposti a tollerare – ma certo non a incentivare – la donazione samaritana, temendo che essa possa celare forme dissimulate di mercificazione del corpo umano. Così, si finisce col porre dei paletti eccessivi, dimenticando o fingendo di dimenticare, come al solito, che il Cnb non ha la competenza per autorizzare o vietare alcunché e che la donazione samaritana non è vietata dalla normativa vigente. D’altra parte, cosa vogliamo fare? Sottoporre, forse, i donatori samaritani alla macchina della verità per accertare che non siano spinti da motivazioni diverse da quelle altruistiche?

left 18/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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