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Società

Un crimine ancora sommerso

Viene denunciata solo una violenza su cento. Ma dopo gli scandali nel clero, l’opinione pubblica appare più sensibile al dramma millenario dei bambini abusati di Federico Tulli

Dopo decenni di silenzio, e nonostante l’omertà delle gerarchie ecclesiastiche, è esploso anche Europa in tutta la sua virulenza lo scandalo della pedofilia nel clero cattolico. Decine di migliaia di vittime accertate testimoniano un fenomeno dalle dimensioni inquietanti. Come altro definire quanto venuto alla luce negli Stati Uniti tra il 2001 e il 2006, oppure in Irlanda nel 2009, dopo la chiusura delle due inchieste governative denominate Rapporto Ryan e Rapporto Murphy di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi anche su queste pagine? E ancora, Germania, Inghilterra, Svizzera, Austria, Belgio, Olanda, Brasile, Italia. Diocesi diverse, prassi identica: omertà delle gerarchie, tutela dei pedofili, silenzio sulle vittime. Al di la e al di qua dell’Atlantico migliaia di criminali, tra sacerdoti e suore, responsabili di violenze e abusi su bambini, che in gran parte dei casi non saranno mai perseguiti perché i reati sono sono oramai prescritti. L’orrore non ci fa trascurare che le violenze pedofile avvengono spesso, troppo spesso, nell’ambito della cerchia familiare. Guardiamo all’Italia. Uno studio realizzato dalla onlus Bambini Ancora ha accertato che ogni anno sono 41mila i nuovi casi di violenza su minori e che almeno una persona su sei è stata vittima di abusi durante l’infanzia o l’adolescenza. Ma solo uno su cento viene denunciato, perché oltre il 90 per cento di questi crimini si consuma in famiglia.

Non va poi dimenticata la dimensione internazionale assunta dal cosiddetto “turismo sessuale” e dalla pedopornografia on line. Reati disumani che a loro volta alimentano altri reati disumani, a cominciare dalla tratta dei minori. Che non risparmia nessuna popolazione nel globo. L’ultimo rapporto dell’Onu parla di 2,7 milioni di persone nel mondo vittime della tratta. Di queste l’80 per cento sono bambini. La maggior parte dei quali oggetto di pedofilia. Ad alimentare questo turpe fenomeno contribuiscono gli italiani. Secondo stime dell’Ecpat sono tra gli 80 e i 100mila gli abituè dei viaggi nei paesi poveri alla ricerca di bambini da stuprare. In Kenya il 30 per cento dei pedofili d’importazione sono italiani, nota Ferruccio Pinotti in Olocausto bianco (Bur).

Cifre, numeri, dati e statistiche agghiaccianti e denunciati da tempo. Eppure è solo con gli ultimi scandali della pedofilia nella Chiesa che si segnala un fatto nuovo: dal modo in cui i media hanno trattato le vicende della Santa sede, alla reazione dell’opinione pubblica, sembra infatti trapelare un nuovo atteggiamento. Che è di totale indignazione. Come mai, è forse cambiata la mentalità comune? Se così fosse, possiamo ipotizzare che ci sia in atto una rivoluzione culturale. Per dare una risposta a queste domande si tiene venerdì 7 maggio (dalle ore 16) all’Università di Chieti un convegno dal titolo La pedofilia tra psichiatria e diritto. La docente di psicologia dello sviluppo Anna Maria Zulli, lo psichiatra Andrea Masini, l’avvocato Clementina Ruggeri e il magistrato Francesco Dall’Olio indagano sulla storia del pensiero che ha fatto da matrice all’azione e ha garantito l’impunità dei pedofili. Si parte quindi dall’analisi delle radici culturali della pedofilia, un crimine che in Occidente si consuma da 2500 anni sotto la copertura culturale che comincia con Platone, Socrate e Aristotele. Una cultura e un modo di pensare il bambino (e quindi l’essere umano) che segna 20 secoli di cattolicesimo e che nel Novecento ha trovato nuova velenosa linfa in Freud, padre di quell’idea violenta e assolutamente infondata che il bambino abbia già una sessualità. Sino ad arrivare al pensiero, anche sessantottino, per cui in fondo al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. Lo sosteneva Foucault, proprio negli anni in cui Giovanni XXIII autorizzava in gran segreto il Crimen sollicitationis. E d’accordo con questo pensiero criminale del filosofo francese si sono rivelati intellettuali e politici, italiani e stranieri. Da Cohn-Bendit a Vattimo a Vendola.

left 18 del 7 maggio 2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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