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Salute

Sulla scia dei migranti

Liberarsi dei preconcetti verso le culture “altre” è indispensabile per il medico che affronta i traumi psichici di chi ha dovuto lasciare forzatamente il proprio Paese. Se ne discute a Roma in un convegno sulla psichiatria transculturale di Federico Tulli

Arrivano in Italia dalle zone “calde” del Pianeta. Donne e uomini, a volte anche adolescenti, in fuga da guerre, torture, devastanti crisi ambientali, persecuzioni politiche o religiose. Oppure, ancora, come “merce” di quell’ignobile traffico che alimenta la tratta degli schiavi del terzo millennio. Ragazze, bambini, giovani strappati alle loro famiglie da feroci organizzazioni criminali, e scaricati sui nostri marciapiedi, chi per essere costretto alla prostituzione chi a elemosinare monetine ai semafori. Una popolazione di migranti, ciascuno con un proprio originale bagaglio culturale, ciascuno con delle aspettative più o meno ottimiste nei confronti della nuova vita che li attende nel nostro Paese. Un incontro che spesso è subito scontro con una nuova “civiltà”, la nostra, oramai da lungo tempo (che coincide con il progressivo radicamento sul territorio nazionale delle destre capeggiate da Berlusconi) sempre meno disposta al confronto e all’accettazione di usi, costumi e culture diversi da quelli di matrice cattolico-illuminista. Traumi emotivi che si aggiungono a traumi emotivi colpiscono persone con le quali la vita già non è stata particolarmente prodiga di soddisfazioni. Non è raro che alcune di esse si rivolgano alle strutture sanitarie pubbliche per chiedere aiuto a uno psicologo o a uno psichiatra. Per un confronto sullo stato di formazione e preparazione del personale medico e paramedico che deve affrontare le nuove problematiche che entrano in ambulatorio insieme al migrante in cerca di cura, si svolge il 3 maggio a Roma la III Giornata di studio di psichiatria transculturale nei servizi territoriali e ospedalieri (aula magna dell’ospedale Sandro Pertini). L’incontro è coordinato dal professor Alfredo Ancora. Psichiatra della Asl RmB e docente di Psichiatria transculturale all’università di Siena, Ancora spiega a left che lo scopo di questa questa disciplina consiste soprattutto nell’occuparsi degli aspetti relativi al rapporto tra psichiatria e cultura. E dunque tra lo psichiatra e la realtà socio-culturale, spesso sconosciuta al medico, che «il paziente migrante porta con sé insieme al problema psicopatologico che ci chiede di affrontare». Un rapporto che vede da una parte «un tipo di utenza sui generis e dall’altra un personale certamente preparato dal punto di vista medico, meno dal punto di vista della conoscenza di questo “nuovo che avanza”», definito da Ancora «l’intruso culturale nella psicopatologia». Vale a dire «tutti quegli aspetti che riguardano la cura e la concezione delle malattie e che sono legati a credenze, mitologie, religioni radicate nelle diverse zone del mondo». In fondo, spiega lo psichiatra, si tratta di recuperare e valorizzare un tipo di psichiatria che si potrebbe definire “delle origini”. Quando cioè il terapeuta non «oggettivizzava il paziente» delegando tutta la cura al farmaco, puntando invece sulla costruzione di un rapporto con esso per individuare l’eziopatogenesi e quindi fare la diagnosi e la cura adeguata. «Premesso che il farmaco in alcuni casi è necessario e che questa non è una sua demonizzazione – precisa Ancora – l’obiettivo della psichiatria transculturale è pervenire alla diagnosi nel senso stretto dell’etimo, che è “conoscere attraverso”. E conoscere significa anche perdere noi gli stereotipi propri della cultura occidentale. Per passare “attraverso” mondi e modi diversi dal nostro ci dobbiamo contaminare, gettando via i guanti mentali che ci separano dalla nuova realtà che con cui siamo entrati in rapporto». Questo approccio “transculturale” consiste pertanto nel mettersi in discussione sul campo e non certo nel rinchiudersi in una nicchia, in una riserva di studio dei nuovi “indiani”. Non è un caso se i risultati più promettenti vengano da situazioni terapeutiche di gruppo. «Abbiamo scoperto che sono molto più vicine a queste nuove culture – nota lo psichiatra -. Ma ancor di più abbiamo scoperto che il gruppo offre maggiori possibilità di far interagire al suo interno persone di nazionalità, cultura e religione diverse». left 17/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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