//
you're reading...
Vaticano

«Arrestiamo il papa»

Accusato di violazione dei diritti umani da due intellettuali britannici, Benedetto XVI potrebbe finire in manette durante il suo prossimo viaggio in Inghilterra di Federico Tulli

Circa 500 anni fa, esattamente nel 1517, iniziò a circolare per l’Europa la Taxa camarae, un documento che porta in calce la firma di papa Leone X. Si tratta di un elenco di 35 indulgenze messe in vendita dal pontefice in cambio dell’assoluzione sacramentale dai peccati gravi commessi da religiosi. Omicidio, rapina, furto, truffa. Per il pontefice figlio di Lorenzo de’ Medici, in crisi di liquidità a causa degli spropositati costi di costruzione della basilica di San Pietro, tutto aveva un prezzo. Tutto poteva essere perdonato. Anche gli stupri di donne e bambini. «Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi », cita il punto 2 del documento. Oggi è oramai opinione diffusa tra gli storici che la Taxa camarae sia un falso, messo in circolazione all’epoca dai seguaci di Lutero che intendevano in questo modo denunciare il degrado morale in cui versava la Chiesa di Roma. Se quelle tariffe erano un bluff, la stessa cosa non può dirsi di certi crimini che venivano commessi da sacerdoti di ogni ordine e grado. Lo stesso predecessore di Leone X, papa Giulio II, fu un noto pedofilo. Come lo erano preti, cardinali vescovi e altri papi che imperversarono per buona parte del XVI secolo. Le gerarchie della Santa sede, insomma, si screditavano abbondantemente da sole. E solo la sapiente opera dell’Inquisizione romana (fondata nel 1542 da Paolo III) riuscì a far passare sotto silenzio per i tre secoli successivi le violenze sui bambini commesse da uomini di Chiesa. Non è un caso se dopo la vicenda di Giulio III (1550) nuovi casi di pedofilia nel clero rispunteranno tra le cronache solo a metà Ottocento, quando l’Inquisizione scompare in tutti i Paesi europei. Tranne uno: lo Stato pontificio, seppur destinato via via a un ruolo marginale nello scacchiere mondiale fino al Concordato del 1929. Con l’Italia fascista capeggiata da Mussolini prima, e poi grazie all’articolo 7 della nostra Costituzione del 1948, il Vaticano riacquista progressivamente enorme potere economico e politico. Nonostante cupe ombre su Pio XII accusato d’immobilità e d’inerzia rispetto alle persecuzioni naziste degli ebrei, a partire dal secondo dopoguerra l’immagine della Chiesa di Roma ricomincia a “scintillare”. Non solo nel nostro Paese. Ma ciò che in tutti questi secoli non ha mai subito flessioni è la propensione dei preti a violare il sesto comandamento, se nel 1962 Giovanni XXIII si trova ad approvare in gran segreto la seconda edizione del Crimen sollicitationis la prima, firmata da Pio XI è del 1922 (lo ricorda Avvenire del 14 marzo 2010). Il documento riserva all’Inquisizione detta Sant’Uffizio (con Paolo VI, nel 1965, diverrà l’odierna Congregazione per la dottrina della fede) il giudizio di tutti i delitti contro il sesto comandamento commessi da un chierico con un minore al di sotto dei 16 anni di età. Pena la scomunica, anche per le vittime che avessero denunciato i violentatori in tonaca a un’autorità giudiziaria “civile”; nessun religioso che viene a conoscenza di crimini pedofili commessi da “colleghi” è autorizzato a denunciarli altrove. In una parola: omertà. Per 40 anni lo stesso Crimen rimane sconosciuto. Come migliaia e migliaia di abusi subiti da bambini e bambine in ogni angolo del globo per mano di suore e sacerdoti cattolici. Quegli abusi che dal 2001 in poi sono venuti alla luce, a partire dagli Stati Uniti. E di cui ancora oggi non se ne vede la fine, guardando a ciò che si è scoperto in Irlanda, Germania, Austria, Inghilterra, Svizzera, Olanda, Brasile solo negli ultimi mesi. Un’omertà per certi versi secolare, riguardo a uno dei crimini più devastanti subiti da minori. Le conseguenze ricadono ora anche sulla persona dell’attuale pontefice. Non è affatto una boutade, infatti, quella dei due intellettuali britannici – lo scienziato evoluzionista Richard Dawkins e lo storico Cristopher Hitchens – che hanno incaricato un team di avvocati di richiedere al Tribunale penale internazionale de L’Aja (che si occupa di violazione dei diritti umani) l’incriminazione di Benedetto XVI per aver coperto le responsabilità della Chiesa nello scandalo pedofilia. L’accusa si basa sulla lettera del 1985 scoperta dall’Associated Press, e firmata dall’allora cardinale Ratzinger, nella quale il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (lo è stato dal 1981 al 2005) si oppone alla proposta di rimozione di un prete americano accusato di abusi su bambini, esprimendo preoccupazione per l’effetto che la riduzione allo stato laicale del sacerdote avrebbe avuto sul «bene della Chiesa universale». Hitchens e Dawkins accusano esplicitamente Ratzinger di «insabbiamento istituzionalizzato di abusi ai danni di violenze sono state commesse. Di fronte a queste responsabilità, osserva ancora Dawkins, «qualsiasi altro capo di Stato si sarebbe già dimesso da tempo». Benedetto XVI – che in questi giorni festeggia il suo quinto anno di pontificato – sarà in Inghilterra a settembre. Per i legali dei due intellettuali sarà l’occasione per tentare di far valere la stessa norma che nel 1998 spogliò dell’immunità diplomatica e permise l’arresto del dittatore cileno Pinochet, avvenuto durante la sua visita nell’isola britannica. Newsweek di questa settimana si chiede se non sia giunto il momento di pensare a un Concilio Vaticano III per riesaminare la dottrina e la prassi cristiana. Una buona domanda.

left 16/2010

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: