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Vaticano

Vescovi, papi e pedofili

Le gerarchie vaticane si difendono dalle accuse gridando al complotto planetario. Ma i primi scandali nella Chiesa risalgono al IV secolo d.C.

Federico Tulli * left n. 15 del 16 aprile 2010

Complotto. L’esplosione mediatica dello scandalo “pedofilia” che sta travolgendo decine di diocesi cattoliche in tutto il mondo non è altro che un piano congegnato da diaboliche menti nemiche dei cristiani e del cristianesimo. L’ultimo in ordine di tempo a riesumare questa tecnica di “disinformazione” piuttosto in voga, da secoli, tra le gerarchie vaticane è stato il vescovo emerito di Grosseto, Giacomo Babini. In un’intervista sul blog pontifex.it (noto per essere frequentato da personaggi che non disdegnano i princìpi della Chiesa preconciliare), il monsignore ha detto chiaro e tondo che dietro le migliaia di denunce contro preti pedofili in Irlanda, Stati Uniti, Svizzera, Brasile, Italia, Austria, Olanda, Inghilterra e così via, riportate in questi ultimi mesi dalla stampa internazionale, ci sono «i nemici di sempre dei cattolicesimo, ovvero massoni ed ebrei». Il vescovo ha poi smentito tutto con un comunicato. Ma il direttore del blog ha assicurato di avere la registrazione dell’intervista nella quale, tra l’altro, l’uomo di Chiesa osserva: «L’Olocausto fu una vergogna per l’intera umanità ma adesso occorre guardare senza retorica e con occhi attenti. Non crediate che Hitler fosse solo pazzo. La verità è che il furore criminale nazista si scatenò per gli eccessi e le malversazioni economiche degli ebrei che strozzarono l’economia tedesca». Come dire, sono stati gli ebrei a provocare: se la sono cercata. Pronunciate o no da Babini, queste parole ricalcano sia l’idea negazionista dei presuli tradizionalisti seguaci del cardinal Lefebvre (scomunicati nel 1988 e riabilitati da papa Ratzinger a gennaio scorso), sia quella che ispirò i gerarchi nazisti che nel 1941 pianificarono la Soluzione finale «contro il popolo di Sion». Torniamo ai nostri giorni. Impossibile ignorare il “chiacchericcio” (questo sì che lo è) dei membri del governo italiano, impegnati sia nella loro personale gara di solidarietà al papa, sia ad alimentare la teoria del complotto planetario. Tra tutti spicca lo zelo del ministro degli Esteri Franco Frattini che così tuona dalla sua pagina di Facebook: «Nonostante e contro il coraggio di Benedetto XVI nel denunciare il crimine orrendo della pedofilia, continua una vera e propria campagna di violenza e di fango, che sempre più sembra aver poco a che fare con la ricerca della verità. Assomiglia al tentativo del mondo relativista di coinvolgere le opinioni pubbliche in una resa dei conti opaca contro chi difende la vita». Della serie, come ti capovolgo la realtà. Chi ha denunciato e subito violenze, inascoltato per anni, non è stato Joseph Ratzinger ma il popolo delle vittime e i loro familiari, tra l’altro tutti di fede cristiana com’è facilmente intuibile guardando i luoghi dove solitamente vengono commesse le violenze: seminari minori, sagrestie, istituti scolastici gestiti dalla Chiesa. Cosa questa che da sola basterebbe per inficiare la teoria del complotto di matrice relativista. Ma tant’è. In questo orrendo gioco delle parti c’è chi ritiene le vittime dei provocatori e chi le considera irrilevanti. Nessuno, gerarchie vaticane e baciapile nostrani, ha finora ammesso che quanto sta venendo alla luce oggi (dopo essere stato insabbiato per decenni dalla Congregazione per la dottrina della fede) ha radici antiche. Secolari. Il Concilio di Elvira in cui si stabilisce il rifiuto della comunione agli «stupratores puerorum» è del 305. Nonostante ciò, la storia della Chiesa è zeppa anche di papi pedofili. Come Giulio II, nel 1511 con il piccolo Gonzaga di 10 anni. E Giulio III, col dodicenne Innocenzo del Monte che lo stesso papa nominerà cardinale a 18 anni. Siamo nel 1550 e dice una pasquinata di allora (ripescata dallo storiografo Claudio Rendina ne I peccati del Vaticano, Newton Compton, 2009): «Ama del Monte con uguale ardore/ la scimmia e il servitore./ Egli al vago femmineo garzoncello/ ha mandato il cappello:/ perché la scimmia, a trattamento uguale,/ non fa pur cardinale?». Altro che complotti. Trasformando in domanda un’affermazione dei magistrati irlandesi nel Rapporto Ryan del 2009, vien da chiedersi: «La pedofilia è un fatto endemico alla Chiesa cattolica»?


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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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