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Vaticano

Vaticano, dopo 7 anni spuntano le linee guida anti-pedofili

Emesso nel 2003 e reso noto solo ieri, il documento “interno” con cui il Vaticano regola le procedure
seguite nei casi di violenza sui minori commessa da sacerdoti. Si va verso l’eliminazione della prescrizione
di Federico Tulli

Per fare chiarezza sulle procedure attualmente seguite nei casi di violenze su minori da parte di sacerdoti, il Vaticano ha pubblicato ieri sul suo sito un testo in inglese di due pagine. Il documento si divide in tre paragrafi e, come precisato dalla Sala stampa vaticana, riassume le procedure già operative definite con un regolamento interno della Congregazione per la dottrina della fede risalente al 2003, ma finoramai reso noto al pubblico. Ecco in breve i punti cardine. Nella prima parte, sulla base del De delicti gravioribus emesso nel 2001 da Joseph Ratzinger quando era prefetto della Congregazione, si stabilisce che è compito delle «diocesi locali» indagare su «ogni accusa di abusi sessuali su minori da parte di un sacerdote». Se l’accusa è verosimile, va riferito alla Congregazione. Giova ricordare che fino al 2001 le denunce per delitti di pedofilia erano invece di competenza dei tribunali diocesani e dei vescovi locali, con tutti i problemi di coperture e insabbiamenti che ne sono derivati e che oggi stanno venendo alla luce. È pur vero, come dimostrano i documenti pubblicati dal New York Times e dall’Associated press, che spesso le diocesi si sono rivolte alla Congregazione per segnalare casi particolarmente gravi senza ricevere risposta. Il testo poi affronta uno dei temi più delicati, ricordando ai vescovi che «la legge civile riguardo alla denuncia dei crimini alle autorità appropriate deve sempre essere seguita». Il tema è molto controverso. Come ha spiegato in un’intervista al Giornale del primo aprile Pietro Forno, procuratore aggiunto della Repubblica a Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri, i vescovi non sono pubblici ufficiali per cui non hanno alcun obbligo formale di denunciare alle autorità giudiziarie il reato di cui vengono a conoscenza. Ci sarebbe un obbligo morale, vista anche la posizione che ricoprono. Ma «nei tanti anni in cui» Forno ha trattato l’argomento non gli «è mai arrivata una sola denuncia né da parte di vescovi, né da parte di singoli preti». In pratica, quando la magistratura italiana arriva a inquisire un sacerdote per il reato di pedofilia – anche dopo le linee guida 2003 – ci deve arrivare sulla base di denunce di familiari della vittima, «i quali si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente». Nella seconda parte del documento vaticano la “novità” rispetto al De delicti gravioribus consiste nella possibilità che ha la Congregazione di portare i casi particolarmente gravi direttamente al giudizio del papa, con la richiesta di emettere «ex officio» una riduzione allo stato laicale del colpevole. La terza parte spiega infine che la Congregazione sta rivedendo alcuni articoli del Motu proprio firmato nel 2001 da Giovanni Paolo II, il Sacramentorum sanctitatis tutela (di cui il De delicti gravioribus è un’appendice). Vi potrebbero essere introdotte le novità pubblicate ieri, con in più la revisione della norma sulla prescrizione di questi delitti, che, nel testo firmato dall’allora cardinal Ratzinger, “cade” 10 anni dopo il diciottesimo anno di età della vittima. L’idea, sostenuta da una parte delle gerarchie ecclesiastiche (a cominciare da quelle tedesche) è di abolire qualsiasi prescrizione.

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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