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Vaticano

«Abusi e sevizie sugli scolari»

In Germania si chiude l’inchiesta interna ordinata dall’arcivescovo di Monaco per far luce sulle violenze commesse nel monastero benedettino di Etten. In Italia, il ministro Frattini denuncia un complotto contro la Chiesa e Vespa chiama l’esorcista di Federico Tulli

Dopo due mesi d’indagine, sarà reso pubblico «entro pochi giorni» il rapporto sulle violenze e i maltrattamenti perpetrati nel monastero benedettino di Ettal, centro di formazione per le giovani elite tedesche gestito dall’arcidiocesi di Monaco di Baviera in Germania. Lo ha annunciato il settimanale Focus anticipando alcuni particolari della vicenda riferiti dall’inquisitore speciale incaricato dall’Arcivescovado di stilare il dossier, l’avvocato Thomas Pfister. Nel rapporto vi sono 75 denunce pervenute alla diocesi da parte delle presunte vittime che oggi hanno un’età compresa tra i 30 e i 60 anni. La veridicità delle loro dichiarazioni è stata messa a confronto dal legale con le testimonianze di monaci ed ex-allievi dell’istituto. «Vi si riferiva di orrori così anormali che la notte non potevo dormire», ha dichiarato Pfister alla rivista tedesca riferendosi agli abusi denunciati. Non solo violenze sessuali. Le vittime parlano di botte con i bastoncini da sci, di timpani rotti per i colpi alle orecchie e di tritoni (una specie di lucertole anfibie come le salamandre) che i bambini dovevano mangiare vive.  A “dirigere” la banda di presunti criminali – in tutto sono quindici i religiosi sotto accusa – l’abate del convento benedettino dal 1973 al 2005, che prima era stato insegnante ed educatore. Considerato «indomabile picchiatore», costui avrebbe spesso «fatto sbattere la testa degli scolari contro un pulpito». L’abate si è dimesso insieme a un priore allo scattare dell’inchiesta giudiziaria ordinaria. Mentre in Germania (e nel resto del mondo) i media televisivi e cartacaei alimentano il dibattito pubblico per comprendere la natura di un fenomeno inquietante per dimensioni e durata, con le istituzioni in prima linea a fianco dei propri cittadini, in Italia tutto tace. Al più si sente il vociare dei membri del governo impegnati sia nella loro personale gara di solidarietà al papa, sia ad alimentare la voce del complotto planetario che sarebbe in atto contro il Vaticano. Da nessuno di loro, fino a oggi, mai un commento “laico” sulle notizie che giungono a raffica da Irlanda, Inghilterra, Germania, Svizzera, Austria, Stati Uniti. Mai un pensiero dedicato alle migliaia di vittime (accertate) dei pedofili in tonaca. Mai un sopracciglio si è alzato, come se sino a oggi il nostro Paese si fosse dimostrato immune da tanta crudeltà e violenza. Eppure negli ultimi due anni sono già 130, tra arrestati, indagati e condannati, i sacerdoti italiani coinvolti in casi di pedofilia. L’ultimo a spendere parole per il pontefice è stato ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini. «Nonostante e contro il coraggio di Benedetto XVI nel denunciare il crimine orrendo della pedofilia, continua una vera e propria campagna di violenza e di fango, che sempre più sembra aver poco a che fare con la ricerca della verità», tuona Frattini dalla sua pagina di Facebook. «Assomiglia al tentativo del mondo relativista di coinvolgere le opinioni pubbliche in una resa dei conti opaca contro chi difende la vita». Della serie, come ti capovolgo la realtà. Chi ha denunciato e subìto violenze, inascoltato per anni, non è stato il papa ma il popolo delle vittime e i loro familiari, tra l’altro tutti di fede cristiana com’è facilmente intuibile leggendo dove sono state commesse le violenze. Cosa questa che da sola basterebbe per inficiare la teoria del complotto planetario di matrice relativista. Ma tant’è. Mentre tutto il mondo s’interroga su come è potuto accadere che per decenni migliaia di pedofili abbiano potuto agire indisturbati, da noi c’è chi si affanna a difendere la buona fede chi per 22 anni fino al 2005 è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’organo “interno” alla Chiesa verso il quale confluiscono, «vincolate al segreto pontificio», tutte le denunce di pedofilia nel clero. Si affanna il governo. E si affannano i media, con i tg pubblici che censurano le notizie. Mentre Bruno Vespa apre Porta a porta all’esorcista. Come a dire che la responsabilità non è degli uomini, cioè di quelle gerarchie ecclesiastiche che hanno creato i presupposti affinché questi criminali agissero come dei serial killer. No, la colpa è del diavolo. Noto complottista.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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