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Società

Margherita Hack: «Siamo sotto una morbida dittatura»

Dalla scuola alle cellule staminali. Stato e Chiesa imbrigliano i “cervelli” per spartirsi l’Italia. L’impietosa analisi nell’ultimo saggio della nota astrofisica di Federico Tulli

«Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private». Quando l’11 febbraio 1950 Pietro Calamandrei pronunciò queste parole, osserva l’astrofisica Margherita Hack, non immaginava che sessant’anni dopo il governo Berlusconi avrebbe reso il suo discorso ancor più drammaticamente attuale riguardo l’epoca in cui lui parlò al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale. Il disegno dell’odierno centrodestra aderisce in maniera inquietante al quadro delineato da Calamandrei. Una scuola pubblica indebolita per favorire scuole private dove formare le future leve di un partito “unico” o di una setta, è fondamentale nel gioco di chi decide di prendersi il Paese e trattarlo a proprio uso e consumo. Non solo. Una scuola pubblica malfunzionante è essenziale per depotenziare l’intero sistema dell’istruzione, compreso quello che sfocia nella ricerca. Perché? Perché nell’era dell’innovazione un Paese senza ricercatori validi è senza futuro, immobile, inerte. Facile da controllare. Per ricostruire come sia stato possibile arrivare oggi, con la riforma Gelmini, a ritrovare la scuola, l’università, la scienza (e quindi la società civile italiana) nelle condizioni paventate nel 1950 da Calamandrei, la Hack ha pubblicato per Rizzoli Libera scienza in libero Stato. Un breve saggio in cui la famosa scienziata, nota anche per il suo impegno politico (alle ultime regionali del Lazio è stata l’unica eletta nella lista della Federazione per la sinistra), analizza quattro riforme dell’istruzione che si sono succedute sotto altrettanti governi, evidenziando le incongruenze e i grossolani errori, mai corretti, semmai reiterati, che hanno contribuito pesantemente a far colare a picco un sistema, dilapidando in pochi decenni l’eredità dei più grandi pensatori del passato.

Professoressa Hack, come mai in Italia la ricerca non funziona più?

Perché non è libera. Perché, fatte salve alcune oasi, le cosiddette riforme dell’università che hanno portato con sé continui tagli alla ricerca e ai posti dei ricercatori, hanno contribuito a imbrigliarla, ad affossarla.

Perché la scienza deve essere libera?

I motivi sono infiniti. Guardiamo per esempio all’importanza dell’innovazione. Questa si ottiene dalla ricerca applicata che a sua volta non può prescindere dalla ricerca pura, cioè da quella libera. Quella che si fa senza porsi scopi precisi di una resa immediata ma solo per la “curiosità” di conoscere le leggi che regolano il mondo. Magari seguendo una vaga intuizione. Ma poi, a ben vedere, chi più invoca la necessità d’innovare sono quegli stessi politici che producono leggi capaci solo di generare l’effetto contrario.

Una strana contraddizione…

E’ molto più che strana: è pericolosa. Le prime a non essere libere sono le nostre istituzioni. Succubi del Vaticano, stanno mettendo in pericolo la salute dei cittadini. Penso alla legge 40 sulla fecondazione assistita ma anche all’assurdo divieto di finanziare con fondi pubblici la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Eppure, secondo la convinzione unanime della biofisica mondiale permetterebbero di fare progressi straordinari in medicina. Senza contare l’importanza rappresentata dalla possibilità di metterle a confronto con i risultati degli studi sulle cellule adulte.

Lei scrive che la riforma deve partire dal basso.

L’università vive se ci sono gli studenti. E i giovani ricercatori sono la linfa dei laboratori. Sono loro che hanno più entusiasmo, più idee. Le grandi scoperte statisticamente vengono proprio dai giovani. Ma per avere buoni studenti ed eccellenti ricercatori bisogna partire dalle scuole elementari. Erano uno dei fiori all’occhiello dell’istruzione e invece si è cominciato a umiliarle. Mentre ai licei sono toccate riforme vere solo sulla carta. Ogni ministro che arriva fa la sua riforma. A questo si aggiunge il continuo taglio dei fondi all’istruzione pubblica. E il cerchio così è chiuso, specie se al contempo si favoriscono le scuole private. Che non a caso sono in maggioranza cattoliche.

E qui torna il discorso di Calamandrei…

Penalizzare il pubblico per favorire il privato è proprio quanto sta accadendo oggi. Per la scuola ma anche per la sanità, con gli ospedali e le cliniche private, stanno realizzando quello che poi era il programma della P2. Quando parlava Calamandrei le ferite causate dal fascismo erano più che vive. La situazione di oggi è peggiore. All’epoca la Democrazia cristiana era molto più laica. E abbiamo ministri che intervengono su questioni di cui il governo non ha competenze. Decidere su cosa fare ricerca spetta allo scienziato. Imporre cosa andare a ricercare – come nel caso del bando pubblico 2009 per i fondi alla ricerca sulle staminali – è un’invasione di campo che rivela l’esistenza di una forma di dittatura “morbida”.

Se dovesse passare anche il presidenzialismo…

L’opinione pubblica sta perdendo la capacità di indignarsi. Come dimostrano la tranquillità con cui stanno passando da un decennio le leggi ad personam, e pure gli scandali pedofili in cui è coinvolto il Vaticano. All’estero, ovunque si fanno dibattiti aperti tra istituzioni e cittadini. La gente chiede, vuol sapere. Qui invece si ordina di non dare retta ai «chiacchericci» e nessuno reagisce.

Veniamo alla scienza. C’è un’allarmante inerzia anche tra i ricercatori?

E’ vero. A eccezione di Elena Cattaneo e delle sue due colleghe che si sono esposte con i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato di fronte al divieto imposto dal ministro Sacconi, pensavo che anche altri avrebbero fatto lo stesso la ricerca sulle cellule embrionali. Ci sono i fondi europei che lo permettono e la legge 40 lascia degli spiragli. E invece no. Non c’è stata alcuna rivolta contro questa assurdità.

Come se ne esce? Nel suo libro propone delle soluzioni…

Sono una cittadina con diritto di parola e finché sarà possibile lo esercito. Ma voci isolate servono a poco se anche gli altri cittadini non si ribellano. Se i partiti politici di sinistra non reagiscono. Più che scrivere e parlare per cercare di risvegliare le coscienze non saprei cosa fare. Meno male che il presidente Napolitano non ha firmato l’ultimo decreto. Il centrodestra avrebbe riportato i diritti dei lavoratori all’inizio dell’800. Ma poi la sinistra si è già dichiarata disposta a discutere sul presidenzialismo. Con dei paletti, è vero, ma sempre di presidenzialismo si tratta. Immaginiamo Berlusconi presidente italiano. Nemmeno nel Paese delle banane…

left 14/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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