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Politiche sanitarie

Filomena Gallo: «Della legge 40 non resterà più nulla»

Dopo la sentenza di Strasburgo contro la legge austriaca che vieta la fecondazione eterologa, si prevedono numerosi ricorsi anche in Italia. L’analisi dell’avvocato Filomena Gallo, vice segretaria dell’associazione Coscioni di Federico Tulli

L’uomo che ha avuto un tumore, il giovane che ha preso una violenta pallonata ai testicoli, la donna che va in menopausa precoce (può capitare anche prima dei 30 anni di non avere più il ciclo e non produrre più ovociti), le persone che nei primi anni di vita hanno sconfitto il cancro sottoponendosi a chemioterapia. C’è una cospicua fascia di popolazione che nel nostro Paese, essendo sterile, è costretta per legge a rinunciare ad avere un bambino. L’unica possibilità è infatti il ricorso alla fecondazione eterologa, ma la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita vieta l’uso di gameti prodotti al di fuori della coppia. Ora la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha bocciato un divieto simile contenuto nella legge austriaca, mette tutto in discussione. E lo fa nel modo più dirompente, perché quel divieto lede i diritti umani.

«Le motivazioni dei giudici di Strasburgo sono importanti e possono avere notevoli conseguenze anche in Italia – osserva Filomena Gallo, vice segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica – perché parlano di violazione del principio di uguaglianza e della norma che vieta alle autorità di intromettersi nelle scelte di vita familiare». Questi due princìpi sono regolati dagli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. «La sentenza di Strasburgo ha valore solo per l’Austria – prosegue Filomena Gallo – però, in base all’articolo 117 della nostra Costituzione diventa parte del nostro ordinamento, perché l’Italia ha sottoscritto la Convenzione dei diritti dell’uomo cui la sentenza fa riferimento». I giudici europei hanno fatto questo ragionamento: gli Stati non hanno l’obbligo di regolamentare la materia, però nel momento in cui lo fanno e consentono alle coppie di accedere alla fecondazione assistita non possono regolare situazioni simili in maniera dissimile.

Una tesi che scardina la legge 40 poiché questa discrimina le persone sterili (che non possono accedere all’eterologa, unica tecnica per loro possibile) rispetto alle persone infertili che invece hanno la possibilità di usufruire delle tecniche di fecondazione omologa. Una discriminazione che lede anche il principio di uguaglianza contenuto nell’articolo 3 della nostra Costituzione. «I giudici ordinari italiani avranno ora la possibilità di sollevare il vizio di legittimità costituzionale e l’articolo 4 della legge 40 potrà arrivare fino al giudizio dell’Alta Corte. Come è già accaduto in altri casi – sottolinea Filomena Gallo che da avvocato ha difeso i diritti di diverse coppie infertili violati da altri articoli della legge 40 – noi pensiamo che anche questo passaggio della norma sarà dichiarato incostituzionale».

Proprio un anno fa, la Corte costituzionale ha evidenziato come l’obbligo di impianto contemporaneo di tre embrioni violasse il diritto alla salute della donna. Stessa sorte per il divieto di crioconservazione degli embrioni. Successivamente il tribunale di Salerno ha ammesso anche la diagnosi preimpianto (e quindi il trasferimento in utero di soli embrioni sani). Oramai dell’impianto originario di questa “legge vergogna” rischia di rimanere in piedi solo il divieto di utilizzo degli embrioni per l’attività scientifica. Diamo tempo al tempo.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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