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Bioetica

Ru486, la notizia che striscia

Nell’Italietta di oggi, asservita al Vaticano e alle sue ferree regole socio-economiche, Nicola Blasi non è un medico come tutti gli altri. Infischiandosene del fatto che per fare carriera nella sua professione bisogna fondamentalmente dichiararsi obiettori di coscienza, come previsto dalla legge 194 sull’aborto, il dottor Blasi è l’unico medico strutturato non obiettore del Policlinico di Bari. In un Paese normale la notizia sarebbe questa. A fronte di una legge sull’interruzione volontaria di gravidanza come la nostra, che ispira tutte le più evolute del mondo civile tanto si è rivelata efficace nell’abbattere il ricorso agli aborti clandestini e soprattutto la mortalità delle puerpere, com’è possibile che in uno dei più importanti ospedali nazionali ci sia un solo medico “abortista”? È possibile perché il 74 per cento dei medici italiani ha scelto la “sicura” via dell’obiezione. Salvo poi, come dimostrano diversi casi pizzicati dalla magistratura, andare a praticare le interruzioni di gravidanza nel privato dei propri studi. Lontano dai riflettori, vicino ai portafogli delle pazienti. E già questo ci dice che noi non viviamo in un Paese normale. Il sospetto diviene certezza quando scopriamo che, suo malgrado, Nicola Blasi fa notizia per essere «il primo a somministrare la pillola Ru486 in Italia» da quando, terminata la sperimentazione, l’aborto farmacologico è (finalmente) divenuto un’opzione a disposizione di chi decide per l’interruzione volontaria di gravidanza. La Ru486 (da non confondere con la “pillola del giorno dopo” che non è un farmaco abortivo, come invece purtroppo fanno capire volontariamente o meno diverse testate giornalistiche e radiotelevisive) è usata da oltre vent’anni in tutto il mondo, nel 2005 è stato dichiarato farmaco essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità ed è indicata come il più efficace e soprattutto sicuro strumento farmacologico per l’interruzione volontaria di gravidanza da tutti i più importanti istituti medici internazionali. Eppure la pseudonotizia del «primo caso di Ru486» (così titolava corriere.it, come se abortire fosse una malattia) è stata battuta ieri da decine di agenzie. E tutti a commentare il rivoluzionario gesto. Ignorando che la vera rivoluzione è nelle semplici parole pronunciate da Blasi: «Io rispetto la legge 194 che dice che la donna può interrompere la gravidanza entro il 90esimo giorno; dal punto di vista morale io sento di aiutare le donne, non mi sento in colpa. Sono molto meravigliato dal clamore che sta suscitando la vicenda ». Un uomo che rispetta le donne, nell’italietta vaticana è questa la vera notizia.

Federico Tulli

Terra il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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