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Vaticano

Un genocidio dimenticato

Decine di migliaia di bambini e donne violentati, torturati e uccisi in Canada. Un dramma consumato per oltre un secolo nelle scuole cattoliche e oggi al centro della conferenza organizzata da Anticlericale.net e dai Radicali di Federico Tulli

Un sistematico sterminio, soprattutto di bambini e donne, durato oltre un secolo e compiuto da esponenti della Chiesa cattolica canadese con la silenziosa e attiva complicità delle istituzioni locali. In tutto almeno 150mila indiani nativi delle cosiddette Prime Nazioni (Inuit, Meticci) abusati, violentati, uccisi e seppelliti in fosse comuni, alcune delle quali ancora nascoste in luoghi probabilmente noti solo al Vaticano, tra il 1890 e il 1996.

L’Olocausto canadese si è consumato in 132 Residential school dove i figli dei nativi vennero rinchiusi a migliaia dopo essere stati rapiti alle loro famiglie, in “ossequio” all’Indian act del 1874 alla cui stesura aveva contribuito una commissione cattolica. Qui sono stati costretti a parlare solo inglese, a dimenticare la propria cultura e a rinunciare alla loro religione per professare quella cristiana e cattolica. Almeno 50mila di loro hanno subito violenze fisiche e sessuali, elettroshock, sterilizzazioni. In molti sono morti in seguito alle violenze. Le scuole residenziali sono state progressivamente chiuse a partire dal 1969, ma l’ultima di esse ha cessato di funzionare soltanto nel 1996.

Un anno prima, grazie allo strenuo impegno dell’ex reverendo Kevin Annett e al suo documentario Unrepentant (vincitore di premi cinematografici in tutto il mondo), era cominciato a venire alla luce in tutta la sua drammatica realtà uno dei più violenti genocidi della storia umana, volutamente nascosto dalla storia e per anni pervicacemente negato dai responsabili. I sopravvissuti e i familiari delle vittime hanno dovuto aspettare oltre un decennio prima di ottenere le scuse ufficiali di un rappresentante delle istituzioni canadesi.

Il passo “storico” è avvenuto l’11 giugno 2008 per bocca del primo ministro Stephen Harper nell’ambito del Discorso dal trono che si tiene in Canada ogni anno per la chiusura dell’anno parlamentare. Dopo aver avviato un’inchiesta, il governo ha cominciato ad ammettere le proprie responsabilità, fino a decidere nel settembre del 2007 di stanziare quasi due miliardi di dollari come risarcimento per gli oltre 90mila aborigeni che avevano denunciato le violenze. Altre diverse migliaia di “posizioni” sono tuttora al vaglio della Commissione per la verità e la riconciliazione, l’organo governativo insediatosi il primo giugno 2008 con il compito di ricostruire tutta la storia, esaminando caso per caso.

Quanto alla Chiesa di Roma, l’unica presa d’atto della vicenda si è rilevata ad aprile 2009. Quando Benedetto XVI ha ricevuto in Vaticano il leader dell’assemblea del nativi canadesi, Phil Fontaine, esprimendo «rammarico» per gli abusi commessi da parte dei religiosi nei confronti degli aborigeni.

Dal canto suo Annett, che per aver denunciato le “colpe” della Chiesa nel 1995 è stato spretato, dal 29 marzo scorso è in Italia per partecipare ad alcune iniziative finalizzate a sensibilizzare la nostra opinione pubblica su quanto accaduto nel suo Paese. Dopo Parma, Torino, Firenze, la serie di incontri si concluderà a Roma. Oggi, nella Capitale, alla Sala delle Colonne, la conferenza/dibattito organizzata da Anticlericale.net e Radicali italiani con proiezione di brani tratti da Unrepentant. Mentre domani l’attivista canadese sarà in audizione alla Camera presso il Comitato permanente per i diritti umani presieduto dal deputato Pd Furio Colombo.

Nel suo tour Annett è affiancato da due sopravvissuti. Clarita Vargas, 50 anni, è della Tribù Colville – originaria dello stato di Washington – che fa parte della Nazione Salish Interiore. E’ stata tenuta nella scuola della Missione Cattolica di St. Mary, gestita dai Gesuiti, a Omak, Washington, per 6 anni. Henry Charles Cook, della nazione Ojibway – Anisihinabe del Manitoba, all’età di 6 anni è stato portato nella scuola residenziale di Fort Alexander. Da adulto ha lavorato con molti sopravvissuti al genocidio, inoltre è “Persona di medicina” e in virtù di questa carica ha il diritto di parlare in nome della propria gente.

Secondo Annett in poco più di un secolo e mezzo oltre il 95 per cento dei 2 milioni di indiani nativi che vivevano sulla West Coast canadese sono stati uccisi, mentre ne sono morti altri 10 milioni per le condizioni di vita estreme a cui erano stati costretti. Oggi gli indigeni sono solo 20mila.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
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