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Salute

L’amara medicina

Tangente al senatore Pdl in cambio della maggiorazione del prezzo: un’inchiesta milanese riapre il caso del Meropur tra i farmaci più usati per la cura dell’infertilità di Federico Tulli

Con la presunta tangente pagata dall’azienda Ferring al senatore Pdl Cesare Cursi per favorire la maggiorazione del costo del Meropur, si apre un nuovo capitolo dell’annosa vicenda che ruota intorno al noto farmaco contro l’infertilità. Secondo quanto scrive il Corriere della Sera, il senatore sarebbe indagato dalla Procura di Milano per corruzione, con l’accusa di aver fatto in modo che l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) registrasse il medicinale a un prezzo maggiorato di tre euro a fiala. L’episodio risale al 2005 e i soldi sarebbero finiti nelle tasche di un mediatore e di Cursi, allora sottosegretario alla Salute nel secondo governo Berlusconi. I pm milanesi stanno indagando anche su presunti fondi neri aziendali per 2,7 milioni di euro creati nel 2002-2006 con false fatture d’acquisto di decine di migliaia di «libri scientifici», per corrompere medici e far sì che sempre più endrocrinologi prescrivessero il Meropur ai pazienti. Come documentato a più riprese da left – l’ultima volta, a ottobre 2009, la nostra inchiesta dette il via a un’interrogazione parlamentare della senatrice Radicale del Pd e segretaria in commissione Salute Donatella Poretti – fino a oggi il Meropur e la Ferring erano noti alle cronache per via della battaglia condotta dalle associazioni di pazienti infertili italiane contro l’inerzia delle istituzioni preposte, per ottenere l’inserimento nel foglietto illustrativo delle avvertenze relative «ai rischi dei farmaci derivati da urine umane per il trattamento della sterilità, informazioni presenti nei bugiardini degli stessi farmaci venduti in altri Stati della Ue». Il Meropur è appunto un farmaco prodotto con urine umane e il rischio non segnalato non è di poco conto poiché riguarda la possibilità di contrarre patologie virali, tra cui il morbo di Creutzfeldt-Jacob (mucca pazza), come sottolineato dalla Poretti nell’interrogazione presentata a giugno 2006. Pochi giorni prima, le associazioni Amica cicogna insieme all’Aduc, Cerco un bimbo, l’Altra cicogna, Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e il Tribunale per il diritto del malato avevano sollevato la questione segnalando al ministro della Salute Livia Turco «la mancanza di giuste informazioni sul foglio illustrativo» di tutti i farmaci urinari. In seguito al parere positivo dell’Istituto superiore di sanità, e con l’intervento dell’Aifa, il problema viene solo in parte risolto. Le avvertenze integrative finiscono su tutti i farmaci di questa tipologia, tranne uno: il Meropur, appunto. Una situazione che ha del surreale e che non si risolve nemmeno due anni più tardi, a maggio 2008, quando l’Agenzia del farmaco e l’azienda farmaceutica finiscono di nuovo sotto la lente della Poretti. Questa volta l’interrogazione, presentata insieme al collega di partito Marco Perduca, è rivolta al neo ministro Maurizio Sacconi per sapere «se, nel rispetto del principio di precauzione e nella piena osservanza del diritto alla salute, intenda sospendere il farmaco Meropur fino a quando non sarà effettuata una nuova registrazione con idonee avvertenze integrative». A due anni dalla prima richiesta, il bugiardino è difatti ancora incompleto ma la richiesta di Perduca e Poretti è motivata anche dal fatto che, scrivono, «in data 22 maggio, i giornali hanno riportato reati ascrivibili al comportamento determinato da rapporti illegali tra Aifa e Ferring sull’omissione voluta nel foglio di avvertenze del Minirin (un altro farmaco prodotto dalla Ferring, ndr), in merito a rischi derivati da assunzione di medicinale che in Francia ha causato la morte di un bambino». Dopo aver riportato questa notizia, il 3 luglio 2008 left riceve una richiesta di rettifica dai legali dell’azienda per aver affermato «che il farmaco Meropur può essere letale ma non è scritto nelle avvertenze» e avere «insinuato che tale omissione sia frutto dei rapporti illegali tra l’impresa titolare del medicinale, la Ferring, e l’Agenzia italiana del farmaco». La lettera prosegue con l’assicurazione che «Ferring può comunque dimostrare in ogni sede la sicurezza e l’efficacia del farmaco Meropur così come la completezza delle sue avvertenze». Nell’agosto 2008, l’allora direttore medico della farmaceutica, Luigi Picaro ribadisce al nostro giornale: «Ferring è certa della sicurezza dei propri prodotti». E prosegue: «Dopo l’elevato numero di pazienti trattati se ci fosse rischio si sarebbe già manifestato. Non possiamo spontaneamente ammettere ciò che l’evidenza clinica non ha rilevato. Sarebbe un’avvertenza difensiva, non di chiarimento». Esattamente un anno dopo, due pubblicazioni scientifiche (citate da left nel numero 38/2009) documentano numerose impurità nei farmaci prodotti con urine umane. Nel frattempo Picaro non è più alla Ferring e anche il vecchio direttore generale dell’Aifa Nello Martini se ne è andato. Messo sotto inchiesta dal pm di Torino Raffaele Guariniello, Martini si è dimesso a giugno dello scorso anno, e un mese dopo entra in aula per difendersi dall’accusa «di disastro colposo, per un ritardo nell’aggiornamento di una ventina di foglietti illustrativi di altrettanti farmaci» (l’Espresso del 2 luglio 2009). Arriviamo ai nostri giorni. Dopo essere venuti a conoscenza dei risultati di quegli studi, peraltro confermati da un terzo screening effettuato dai ricercatori dell’università di Strasburgo, Amica cicogna, Aduc, Cerco un bimbo, l’Altra cicogna, l’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica e il Tribunale per il diritto del malato hanno scritto al nuovo dg dell’Aifa, Guido Rasi, chiedendo l’aggiornamento del foglietto illustrativo del Meropur o, in alternativa, di sospenderne temporaneamente la vendita fino ad avvenuta correzione. «La valutazione della nostra richiesta era all’ordine del giorno della commissione tecnico scientifica dell’Agenzia che si è riunita il 23 febbraio scorso ma non abbiamo ancora ricevuto nessuna comunicazione», spiega Filomena Gallo, presidente di Amica cicogna. E aggiunge: «Una necessità di chiarezza che, semmai ce ne fosse bisogno, assume ancor più valore alla luce dell’inchiesta che riguarda la presunta maggiorazione del prezzo del Meropur». Gallo tiene poi a ribadire che le associazioni di pazienti nutrono piena fiducia nella validità del medicinale ma anche che al paziente è dovuta una corretta informazione. Tanto più nel caso del Meropur che è un medicinale molto simile al Menogon. Quest’ultimo contiene più residui umani ma nelle avvertenze riporta la corretta informazione sui rischi di infezioni virali. Entrambi prodotti dalla Ferring, sono farmaci etici di classe A, possono cioè essere venduti solo dietro presentazione di ricetta medica, e possono essere dispensati in regime assistenziale dal Servizio sanitario nazionale. Dicevamo del prezzo. Quello che la casa farmaceutica ha ottenuto dall’Aifa per il Meropur è di 13,47 euro – compresi i 3 euro che i pm di Milano sospettano essere stati aggiunti in seguito all’intervento del senatore Cursi – a fronte dei 5,27 euro del Menogon. In pratica, da quattro anni il Servizio sanitario nazionale ha triplicato le spese per dare ai pazienti infertili la stessa medicina.

left 13/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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