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Vaticano

«Ratzinger si dimetta»

Il papa nuovamente lambito dalle inchieste sugli abusi in Germania. Benedetto XVI era vescovo di Monaco quando un sacerdote, colpevole di crimini su minori, fu reintegrato nel lavoro pastorale di Federico Tulli

Quattro pontefici per un colossale scandalo. Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI. E’ sotto il pontificato dei primi tre che migliaia di crimini pedofili sono stati commessi in decine di Paesi da religiosi appartenenti alla Chiesa cattolica, come documentano i corposi dossier che in questi ultimi mesi sono stati pubblicati sui media di mezzo mondo. E’ sotto il papato dei primi tre che il segreto pontificio, imposto ai vescovi su tali delitti dal Crimen sollicitationis del 1962, ha contribuito all’insabbiamento delle denunce ricevute dai familiari delle vittime e alla libera circolazione di preti notoriamente pedofili in luoghi frequentati da bambini.

E’ con il pontificato del quarto che tutto il marcio sta venendo alla luce. Eppure, tra tutte, è l’immagine di papa Ratzinger a risultare, oramai, quella più incrinata.

Anche ieri ulteriori ombre si sono addensate sul ruolo dall’attuale pontefice nella gestione a dir poco superficiale dei casi di pedofilia nel clero. Una nuova inchiesta del New York times ha raccontato la storia del sacerdote tedesco Peter Hullermann, riconosciuto colpevole di abusi ai danni di minori e poi reintegrato nel lavoro pastorale mentre era in terapia psichiatrica negli anni in cui Ratzinger era arcivescovo di Monaco. Man mano che spuntano nuove accuse di silenzio sugli abusi Benedetto XVI appare sempre meno difendibile.

Al punto che c’è chi comincia a chiedersi come mai non si sia ancora dimesso. La questione è stata sollevata dal settimanale tedesco Der Spiegel che in un editoriale on line scrive: «Quando è il momento per un papa per dimettersi? Di quanta autorità Benedetto XVI ancora gode? In questi giorni quella che è rimasta sparisce quasi di giorno in giorno. Ogni nuovo dettaglio sul ruolo che ha avuto nel modo in cui la Chiesa ha gestito questa vicenda» ne erode ulteriormente l’autorità.

«Però un pontefice non può semplicemente dimettersi – prosegue l’articolo -, non è l’amministratore delegato di una compagnia, o il capo di un partito politico, ma è il diretto discendente spirituale dell’apostolo Pietro. Anche se molte vittime degli abusi chiedono da tempo che Benedetto abdichi, è semplicemente non papale voltare le spalle al papato. Peraltro il Vaticano preferisce di bollare ogni accusa come completamente infondata. E giovedì abbiamo potuto vedere ancora una volta in azione questo riflesso condizionato».

Der spiegel si riferisce al modo stizzito in cui il portavoce Vaticano, Federico Lombardi, ha replicato all’articolo di mercoledì scorso del New York Times sul caso di padre Murphy. Limitarsi a ritenere infondate le accuse nei confronti di Ratzinger difficilmente ridurrà la pressione sul papa, conclude il settimanale. «Sin dal 1982, Ratzinger è stato responsabile dell’ufficio del Vaticano che si occupa dei casi di abusi sessuali. Chi altri, se non lui era responsabile del cammino della Chiesa?».

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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