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Vaticano

«Ratzinger sapeva tutto»

Il prete pedofilo Lawrence Murphy

Dagli Usa, il New York Times denuncia: quando l’attuale papa era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rimase inerte di fronte al caso di padre Murphy che aveva violentato 200 bambini sordi di Federico Tulli

«La Chiesa sta cercando di riscrivere la storia, dicendo “noi non sapevamo”. Ma questo documento dimostra che sapevano e non hanno fatto niente». Peter Isely è il responsabile dell’associazione americana delle vittime di preti pedofili, Snap, e ieri è stato protagonista di una manifestazione in Vaticano, davanti a Piazza San Pietro, dove ha distribuito alla stampa le copie del carteggio risalente agli anni ‘90 tra Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e l’allora vescovo di Milwuakee sul caso di padre Lawrence Murphy responsabile di aver abusato di centinaia di bambini sordi.

La vicenda è rimbalzata al di qua dell’Atlantico dopo essere montata nel corso della mattinata negli Stati Uniti, quando sul sito del New York Times è spuntato un editoriale che ricostruisce la storia delle violenze pedofile di Murphy, andate avanti per oltre 20 anni dal 1950 al 1974, senza che il responsabile fosse mai fermato dalle gerarchie ecclesiastiche che ne erano a conoscenza. In base al carteggio in pubblicato dal Nyt (che è possibile consultare su www.nytimes.com), che comprende la corrispondenza tra alcuni vescovi del Wisconsin e la Congregazione, nel 1996, Ratzinger non avrebbe risposto a due lettere che gli furono inviate dall’arcivescovo di Milwaukee, Rembert G. Weakland per segnalare il “caso Murphy”.

Otto mesi dopo, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario della Congregazione, ordina ai vescovi del Wisconsin di avviare un processo canonico, che lui stesso ferma dopo che padre Murphy scrive a Ratzinger dicendo di essere malato e che non c’erano nuove accuse nei suoi confronti dal 1974. Il 6 aprile 1998 Bertone raccomanda il ricorso a «misure pastorali», a causa della salute del prete. Il 19 agosto 1998, l’arcivescovo di Milawaukee informa il Vaticano che il processo contro Murphy è chiuso, e che è quindi stato aperto quello amministrativo per dichiararlo «inadatto al ministero». Murphy muore il 21 agosto 1998.

Non una parola spesa per le 200 vittime. Del resto, sempre secondo le carte del Nyt, nel 1993, uno psichiatra assunto dalla diocesi di Milwaukee, dopo aver esaminato Murphy scrive nel rapporto: «Il prete non si rende conto del male fatto e sembra insensibile alle cure». Insensibilità che il quotidiano Usa riscontra anche nelle gerarchie vaticane. L’accusa è formulata senza giri di parole. Nel commentare la lettera del papa sullo scandalo della pedofilia in Irlanda (secondo il pontefice più che il peccatore, nei cui confronti bisogna essere indulgenti, va condannato il peccato) l’editorialista scrive: il Vaticano «non ha imparato le lezioni dello scandalo della pedofilia negli Usa che ha portato al licenziamento di oltre 700 preti nell’arco di tre anni».

Anche in quel caso la Chiesa cattolica «scelse di proteggere l’istituzione invece dei bambini. E l’inchiesta su padre Murphy illumina il tipo di comportamento che il Vaticano è pronto a scusare per evitare lo scandalo». Infine la stoccata finale: «Forte in perdono ma molto meno nel tipo di piena ammissione di responsabilità di cui i cattolici hanno bisogno per cominciare a riparare i danni della loro Chiesa».

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
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