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Vaticano

Salvate il soldato Joseph

Il Vaticano avverte: nessun insabbiamento quando Ratzinger presiedeva la Congregazione per la dottrina della fede. Ma i conti non tornano di Federico Tulli

Parola d’ordine: difendere il papa, a tutti i costi. L’accusa è di quelle che possono far vacillare anche le fondamenta del più longevo (e potente) Stato del mondo. Avendo presieduto per oltre 20 anni, fino al 2005, la Congregazione per la dottrina della fede (l’istituzione vaticana che ha il compito di indagare sui «delitti più gravi contro la morale», compreso quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età»), l’allora cardinale Joseph Ratzinger non poteva non sapere cosa accadeva nelle diocesi travolte oggi dagli scandali delle violenze pedofile commesse da religiosi in mezza Europa per tutta la seconda metà del secolo scorso. La voce critica si è levata da più parti insieme al dilagare di notizie sugli abusi che si sono verificati negli istituti cattolici in Irlanda, Germania, Olanda, Austria, Svizzera, Italia. Casi raramente documentati dalla stampa e che ora, faticosamente, stanno venendo alla luce in tutta la loro inaudita gravità, evidenziando un fenomeno dalle dimensioni impressionanti per diffusione e “durata”. Dopo un primo tentativo di minimizzare la portata dell’azione criminale, con un’intervista sull’Avvenire a monsignor Charles J. Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, sono scese in campo le punte di sfondamento. Così, se il pubblico ministero del dicastero vaticano ha parlato di soli 300 casi di «vera e propria» pedofilia trattati dal 2001 al 2009, l’arcivescovo Rino Fisichella è andato dritto al sodo: «Coinvolgere il Papa e l’intera Chiesa è una violenza ulteriore e un segno di inciviltà. L’accanimento contro il pontefice, in particolare, è insensato: parlano per lui tutta la sua storia, la sua vita, i suoi scritti. Ciò che disse negli Usa, due anni fa, è stato di una chiarezza cristallina come ciò che dirà all’Irlanda». Così ha precisato il 15 marzo in un’intervista al Corsera il presidente della pontificia Accademia per la vita, al quale ha dato manforte il giorno dopo monsignor Camillo Ruini. «Non si può ignorare il tentativo tenace e accanito di tirare in ballo la persona del Papa, nonostante tutti i puntuali chiarimenti della sala stampa vaticana e di altre fonti attendibili», ha tuonato dalle pagine del Foglio il vicario generale emerito del papa per la città di Roma. È verissimo, a febbraio Benedetto XVI ha riconosciuto e condannato pubblicamente la responsabilità dei vescovi irlandesi. Ed è pur vero che durante il viaggio pastorale del 2008 oltreoceano il papa inaugurò la linea della “tolleranza zero”. Ma è altrettanto noto che in quegli stessi giorni Bernard Law, l’ex arcivescovo di Boston costretto alle dimissioni per aver coperto gli scandali pedofili nella West coast, pregava indisturbato a Roma, in Santa Maria Maggiore. Mentre un suo collega, Francis George, che sapeva dell’esistenza di accuse contro padre Daniel McCormack, senza mai aver fatto nulla, dopo quel viaggio fu “promosso” a presidente della Conferenza episcopale statunitense. Quanto alla questione irlandese, come scrive l’anonimo autore de Il peccato nascosto (Nutrimenti), appena uscito in libreria, nella sola diocesi di Dublino, sono stati 46 i sacerdoti che dal 1975 al 2004 hanno fatto 320 vittime. «In questo arco di tempo si sono succeduti quattro vescovi. Nessuno di loro fino alla fine degli anni 80 ha mai condiviso la consapevolezza degli abusi sui bambini con la polizia irlandese». E poi ancora, prosegue l’anonimo citando il rapporto della commissione governativa: «La cura e l’assistenza nei confronti dei minori, che avrebbero dovuto essere la priorità assoluta, non sono state tenute in alcuna considerazione. Invece, ogni impegno è stato profuso nel mettere a tacere lo scandalo e nel proteggere il nome, i beni e la credibilità dell’istituzione». Un vincolo di segretezza «pontificio» imposto dal Crimen sollicitationis del 1962. E ribadito nel 2001 dal De delicti gravioribus, firmato su mandato di Giovanni Paolo II da Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, in cui la Congregazione per la dottrina della fede, ribadiva che le cause relative ai «delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale» (tra cui gli abusi su minori) «sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi locale accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Pochi mesi dopo, da capo di Stato, Benedetto XVI avanzò domanda formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. La richiesta fu accolta da George W. Bush a settembre dello stesso anno. Dai difensori del papa nessun accenno, mai, a questa vicenda. Segreto “cardinalizio”?

left 11/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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