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Ricerca scientifica

Il cocktail salvavita

Realizzato in Italia un vaccino che impedisce al melanoma cutaneo di ripresentarsi. Al via la fase 2 di sperimentazione del mix di farmaci di Federico Tulli

E’ l’incubo peggiore dei patiti di infiniti bagni di sole e lettini abbronzanti. Il melanoma, un tumore che ha origine nelle cellule dell’epidermide, ogni anno in Italia colpisce 7.500 persone. Nel mondo circa 100mila. Se diagnosticato in tempo comporta una capacità di sopravvivenza compresa tra l’87 e il 97 per cento dei casi. Quando invece la diagnosi è tardiva e il melanoma supera i 3 millimetri o presenta ulcerazione, la sopravvivenza scende al 50 per cento dei casi. Fino a dieci anni fa era considerato “neoplasia rara” ma nel frattempo la sua incidenza è cresciuta del 15 per cento, più di qualsiasi altro tipo di tumore. E oggi non c’è consenso sul trattamento standard per i pazienti affetti da melanoma metastatico e negli ultimi 10 anni non sono state approvate nuove opzioni di trattamento. La ricerca clinica dimostra che le terapie attualmente approvate sono efficaci solo in una piccola percentuale di pazienti. È per questo che nuovi approcci terapeutici continuano a essere oggetto di studio. Da uno di questi, realizzato in Italia tramite la combinazione di un cocktail di farmaci, potrebbe venire la soluzione per impedire che il melanoma, una volta asportato, torni a invadere l’organismo. Rischio piuttosto concreto per i tumori di spessore superiore a un millimetro, i quali hanno qualche possibilità di ripresentarsi e indurre metastasi sempre più difficili da curare. La strada ideale consiste nell’insegnare al sistema immunitario a riconoscere le cellule “cattive” e fare in modo che le elimini da solo. E il sistema potrebbe rivelarsi valido anche su altri tipi di tumori. Per testare l’efficacia del mix, dopo anni di studi condotti con risultati positivi in modelli sperimentali, prima su animali e poi su 30 pazienti, dai ricercatori dell’Istituto superiore di sanità (Iss), coordinati da Enrico Proietti, direttore del reparto Applicazioni cliniche delle terapie biologiche, sta per partire una sperimentazione di fase 2 su 50 pazienti, realizzata dall’Iss in collaborazione con l’Istituto nazionale tumori Regina Elena e l’Istituto dermatologico San Gallicano. Gli ingredienti del cocktail sono un vaccino, realizzato a partire da frammenti proteici di antigeni tumorali di melanoma, l’interferone alfa e un farmaco normalmente utilizzato per la chemioterapia, che verranno somministrati a 25 pazienti mentre gli altri riceveranno solo il vaccino e l’interferone. Le persone scelte per il nuovo trial hanno avuto un melanoma asportato completamente e sono a rischio di recidiva, positive all’analisi per l’aplotipo (che è una combinazione di geni in un cromosoma) Hla-A-0201, presente nel 45 per cento della popolazione. I pazienti verranno monitorati per almeno 4 anni, ma già dopo i primi 2 si potranno avere le prime risposte: «Questa combinazione di farmaci dovrebbe rigenerare e potenziare la risposta immunitaria dell’organismo al tumore – spiega Filippo Belardelli, capo del dipartimento di Neurologia e biologia cellulare dell’Iss -. Una volta verificati i risultati, lo stesso principio potrà essere applicato in futuro ad altri tipi di tumore». Si può seguire l’andamento del trial sul sito http://www.iss.it/tria, con una sezione dedicata ai pazienti e un link a cui questi possono rivolgersi per avere informazioni più specifiche.

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Un nemico senza frontiere

Questo tumore insorge mediamente intorno ai 50 anni ma di frequente interessa anche le due classi d’età di 35 e 65 anni. In Italia colpisce in media quasi 13 persone ogni 100mila. È l’incidenza più alta tra i Paesi mediterranei (3-10 ogni 100mila per anno). Mentre in Europa la situazione peggiore si registra al Nord dove si raggiunge un tasso compreso tra 12 e 20 abitanti ogni 100mila (sempre per anno). In assoluto, il melanoma progredisce in stadio metastatico nel 20 per cento dei pazienti, con una prognosi piuttosto infausta caratterizzata da una sopravvivenza media di 6-9 mesi e una sopravvivenza a 5 anni del 14 per cento.

left 11/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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