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Vaticano

Il caso Germania

La tv pubblica tedesca segue con obiettività e costanza l’evolversi degli scandali che sconvolgono il Paese. Inchieste che i nostri celebrati talk show mai oserebbero proporre ai telespettatori di Federico Tulli

Immaginiamo per qualche minuto che l’attuale papa sia italiano. E che suo fratello sia un cardinale di quelli più che “sfiorati” da uno dei numerosi scandali di abusi sessuali e violenze commessi in diversi istituti gestiti da cattolici, compreso quello che l’ipotetico fratello del papa presiede. Immaginiamo quindi, pure, che questi scandali siano stati scoperti, con decenni di ritardo, in Italia. Centinaia di preti accusati di pedofilia da migliaia di presunte vittime per abusi commessi in tutta la Penisola. E vescovi che ammettono pubblicamente che «sì, in base alle conoscenze che abbiamo attualmente c’è stato un insabbiamento. In tutta una serie di casi, dove non c’è stata una reale volontà di far luce e i colpevoli sono stati semplicemente trasferiti, dobbiamo ammettere che c’è stato un vero e proprio occultamento». Ora immaginiamo che certi temi siano approfonditi, senza pregiudizi, dalla televisione pubblica. Magari in trasmissioni con l’audience di “Porta a porta”, “Annozero”, “Ballarò”. Con tanto di vittima che dopo 30 anni riesce a denunciare la violenza subita da un prete, per 10 anni consecutivi fino alla maggiore età. E l’imbarazzatissimo vescovo che annaspa accampando le scuse più improbabili di fronte a una schiera di giornalisti competenti e al cospetto di un’opinione pubblica desiderosa di farsi un’idea di ciò che è accaduto. No, avete ragione, forse così è troppo. Un eccesso di immaginazione. Fine del “sogno” italiano. Spostiamoci allora in Germania, dove tutto ciò accade per davvero. Compreso il virgolettato, pubblicato dal quotidiano Rhein Zeitung, che è del vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, incaricato dalla Conferenza episcopale tedesca di indagare sugli abusi sessuali che hanno coinvolto le diocesi di Monaco, Essen, Magonza e Ratisbona. Il faccia a faccia tra vittima di una violenza e rappresentante della Chiesa cattolica, invece, è stato proposto in piena bufera “pedofilia” dal primo canale televisivo pubblico Ard in varie trasmissioni tra fine febbraio e inizio marzo. Tra cui il popolare talk show Hart aber fair (“Duro ma leale”) con un’inchiesta dal titolo I preti e il sesso. Quanta verità accetta la Chiesa (cattolica)?. «Da psichiatra dico subito che si è vista la patologia della Chiesa, il suo cinismo, l’ipocrisia. E l’incompatibilità dell’impianto della Chiesa con uno Stato di diritto, per le modalità di gestione sia degli scandali, sia dei rapporti con le vittime», racconta Annelore Homberg, docente di Psicologia generale all’università di Chieti. «Oltre alla distruzione che il violentatore provoca nella vita delle vittime, e che una di queste seppur segnato profondamente è riuscito a denunciare pubblicamente con estrema lucidità, c’è la violenza e l’assoluta mancanza di senso civico dei vescovi che li hanno “coperti”. Approfittando del fatto che le vittime, dato che vengono dall’ambiente cattolico, si rivolgono spesso prima a loro che alle autorità “civili”». Così il crimine viene immediatamente insabbiato, col pretesto che si devono fare delle indagini interne. «Trasmissioni come queste evidenziano come la Chiesa cattolica si arroghi il diritto di costruire uno Stato nello Stato. Ma in Germania, come in Italia o altri Paesi, la pedofilia è un reato che deve essere perseguito dalle autorità preposte». E non da compiacenti vescovi, come quello apparso in un’altra trasmissione di Ard che continuava a sostenere che il suo prete scaricando materiale pedopornografico da internet era «caduto in una trappola». Come se vi fosse stato spinto da quei bambini violentati. «Allora il “male” è nei ragazzini? La pedofilia è “colpa” loro? Temo che questo sia un pensiero non tanto latente in seno alla Chiesa. Psichiatricamente è un pensiero interessante però non è un pensiero tanto sano», conclude Homberg. left 11/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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