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Vaticano

I malati e i complici

Intervista ad Andrea Masini, Psichiatra e docente di Psicologia generale all’università di Chieti. «C’è un’idea violentissima, risalente a Freud, secondo cui il bimbo ha la sessualità» di Federico Tulli

Professor Masini, chi è il pedofilo?

La mia opinione è che la pedofilia sia una grave patologia psichiatrica. Il pedofilo prima di essere un criminale è un malato affetto da psicopatia grave o da schizofrenia. Alcune volte queste malattie hanno degli aspetti in cui prevale la lucidità. Il pedofilo non ha la confusione mentale del matto nello stereotipo del pensiero comune. Al contrario è calcolatore, capace di gestire il proprio comportamento, manierato. Il problema è che su questa patologia anche la stessa psichiatria fa una grossa confusione. Annoverandola nel Dsm IV, e pure del prossimo Dsm V, tra i disturbi del comportamento sessuale. Alla stregua del feticismo e del voyerismo. Un conto però è la persona che prova piacere a odorare le mutandine delle ragazze e un conto è chi violenta un bimbo di sei anni.

I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono l’ipotesi che molti pedofili si scelgono apposta determinate professioni. Qual è il suo parere?

Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogeno, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia.

La Germania è scossa dalle notizie di violenze perpetrate per decenni in diversi istituti scolastici cattolici. Molte vittime sono bambini che studiavano nei seminari minori, dove si vive dalla pubertà all’adolescenza…

Ed è qui che c’è un’altra grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila.

Il cancelliere Angela Merkel ha richiamato alla responsabilità non solo la Chiesa cattolica ma l’intera società civile, dicendo che il dramma degli abusi sessuali sui bambini non riguarda solo il Vaticano. Anche in Italia le statistiche dicono che gran parte delle violenze avvengono nell’ambito della cerchia familiare. Esiste una “cultura” della pedofilia?

Noi sappiamo che storicamente questa cultura nasce nel periodo della Grecia classica di Pericle, verso la quale abbiamo sì un grande debito di conoscenza per averci fornito le basi del nostro sapere di uomini occidentali e razionali. Ma da questa razionalità del pensiero filosofico di Platone, di Socrate e di Aristotele deriva, appunto, la pedofilia. Teorizzando a livello filosofico che era molto più progredito l’amore per il fanciullo rispetto all’amore per la donna, considerata specie inferiore rispetto al maschio, è nata la paideia, intesa come educazione del bambino, che comprendeva “tranquillamente” il rapporto sessuale con lui. Tutto questo per dire che l’annullamento del bimbo non è solo della Chiesa cattolica. Il dramma della malattia che si lega alla religione ha le sue fondamenta anche nel pensiero razionale. Che poi è la stessa matrice di pensiero della psichiatria che equipara la pedofilia al voyerismo, dimostrando come la nostra cultura abbia sottovalutato, o peggio, negato la distruttività che c’è nei confronti del bambino da parte dell’adulto.

Come nei processi per stupro commesso su una donna anche in quelli per pedofilia accade spesso che la tesi difensiva tenti di insinuare l’idea che in fin dei conti la vittima “se l’è cercata”, ha provocato il violentatore…

C’è tutta una cultura, anche sessantottina, per cui in fondo al bambino piace avere rapporti sessuali con l’adulto. Lo sosteneva Foucault. Ancor di più c’è questo pensiero violentissimo che affonda le radici in quello di Freud, e che si è diffuso nella mentalità comune, in base al quale si crede che il bambino abbia la sessualità. Il bambino non ha sessualità. Questa comincia alla pubertà con lo sviluppo degli organi genitali. Prima c’è una dimensione di rapporto affettivo, profondo e potente che può essere con il padre, la madre, il fratello, l’amico o gli insegnanti. È di questa dimensione che “approfittano” questi criminali.

left 11/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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