//
you're reading...
Società

Fedeli, ma non alla linea

Da cattolici rifiutano la deriva preconciliare della Chiesa di Roma. Ignorati dai media, sono i protagonisti dell’ultimo saggio dell’editorialista del Sole 24 Ore Riccardo Chiaberge di Federico Tulli

«Non ci sono antipapi all’orizzonte. Lo scisma che dà il titolo al mio libro è un esodo di coscienze. Quelle di una vasta schiera di cattolici praticanti che non si riconoscono nella deriva restauratrice imboccata dalla Chiesa di Roma sin dal papato di Wojtyla. E che poi, con Ratzinger, ha subito un’accelerazione devastante. Basti pensare alle “gesta” del cardinal Ruini durante la campagna antireferendaria del 2005 sulla legge 40». Oggi in Italia scontiamo le conseguenze di quelle posizioni integraliste con l’assenza di un dibattito pubblico su temi delicati e cruciali per lo sviluppo di una società civile quali il testamento biologico, la ricerca sulle cellule staminali, la somministrazione della pillola Ru486 nelle interruzioni volontarie di gravidanza e così via. «Dialogo reso impossibile, intendiamoci, anche dal conseguente arroccamento della “parte avversa” su posizioni altrettanto integraliste». Inviato ed editorialista del Sole 24 Ore dopo essere stato per dieci anni direttore del Domenicale del quotidiano di Confindustria, Riccardo Chiaberge, ha deciso di dar voce ne Lo scisma a quella che può essere definita l’élite culturale dei cattolici “disobbedienti”. Donne e uomini, ignorati «dolosamente» dalla stampa e soprattutto dai media televisivi perché, dice, la loro visione della vita e la coerenza con cui vivono la propria fede è in grado di scardinare le porte della Chiesa romana che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno deciso di chiudere alle innovazioni. Specie se inerenti i diritti delle donne, il diritto alla salute e la ricerca medico-scientifica. Per non dire poi del significato dirompente della riabilitazione dei lefebvriani operata da Ratzinger lo scorso anno: negazionisti della Shoah «e campioni della controriforma anticonciliare e fautori di una nuova crociata contro le minacce della globalizzazione e dell’islamismo».

Nonostante questo clima, emergono figure come quella di Elena Cattaneo, ricercatrice di fama mondiale nel campo delle cellule staminali embrionali. Di certo un personaggio scomodo per la Chiesa “secondo Ratzinger”. Perché è donna o perché è scienziata?

Per entrambi i motivi ma anche perché è cattolica. «Un Dio che voglia tenerci all’oscuro e nella sofferenza non esiste» dice nel capitolo che le dedico. E aggiunge: «Se la vita è un dono di Dio, noi possiamo e dobbiamo intervenire su questo dono per capirlo». Ciò che la Cattaneo fa è semplicemente proporre “dall’interno” l’esistenza di un’alternativa culturale a quella imposta dalle gerarchie vaticane e assorbita da una classe politica senza spina dorsale. Una posizione che lei ha scontato sulla propria pelle con l’assurda esclusione preventiva dal bando pubblico di ricerca sulle staminali di tutti i progetti di ricerca sulle embrionali, decisa dal governo Berlusconi nel 2009. Una “terza via” che per fortuna non è seguita in solitaria da questa coraggiosa scienziata.

Vale a dire?

Pensiamo a un tema altrettanto delicato. La posizione dell’Associazione medici cattolici di Milano sulla questione del fine vita, che propone un’alleanza terapeutica tra medico, famiglia e paziente, mi sembra un giusto “mezzo” rispetto a un’idea della vita come dono di Dio indisponibile, o viceversa della vita come bene disponibile ad libitum dell’individuo. Secondo me c’è spazio per imboccare una strada intermedia e fare una buona legge.

Lei scrive che nel 1974 con la vittoria dei “no” all’abrogazione della legge sul divorzio l’Italia si scopre improvvisamente secolarizzata grazie al voto decisivo dei cattolici. Ma poi 31 anni dopo – sempre un referendum, quello sulla legge 40 – offre un’immagine del Paese completamente capovolta. Ruini a parte, cosa ha fiaccato quella spinta propulsiva?

Anzitutto la scarsa informazione, abbinata a una certa impostazione drammatizzata e urlata dai media. Penso alle vicende di Welby e di Englaro, e mi convinco che le persone abbiano idee molto confuse anche per colpa di noi operatori dell’informazione. Ma non si può ignorare che come sempre è tutto finito in una bagarre in cui i politici si sono confrontati con la bava alla bocca, dandosi dell’assassino. Invece di sforzarsi di ragionare si è scelto lo scontro a ogni costo. Eppure, ad esempio, il risultato della linea seguita da Barack Obama in campagna elettorale dimostra che sui temi di bioetica bisogna lasciare agli individui la possibilità di scegliere secondo coscienza. Da questo punto di vista penso che il Pd di Bersani stia lanciando dei segnali positivi.

Una libertà di coscienza che anche il Concilio vaticano II del 1965 aveva “sdoganato”. Alleviando, in parte, il peso imposto agli italiani dai Patti lateranensi, lascito di Mussolini, e dall’articolo 7 della Costituzione votato anche da Togliatti…

Per questo dico che bisogna cominciare a dare una voce ai cattolici che oggi “disobbediscono”.

Cosa lo impedisce?

Bisogna dire la verità: c’è una forte componente anche all’interno del mondo dei giornali e della televisione che, da una parte e dall’altra, ha interesse a imbavagliare queste voci dissenzienti e a considerare la Chiesa solamente come una struttura di potere ufficiale compatta e monolitica. Qui non si tratta di mancare di rispetto al papa che fa il suo mestiere ma di riconoscere una libertà di coscienza che gli stessi conciliari avevano “consacrato”. Tra l’altro ci sono molte voci cattoliche che vedrebbero di buon occhio un superamento della formula concordataria. Proprio come credenti si considerano offesi dagli enormi privilegi, dalle esenzioni fiscali e da tante altre cose. Ma soprattutto dal fatto che in Italia ci sia una religione più religione delle altre.

**

il libro

Pie delusioni

Dopo La Variabile Dio (Longanesi, 2008), Riccardo Chiaberge prosegue il suo viaggio ai confini tra religione e modernità. Nel libro Lo scisma. Cattolici senza papa (Longanesi) l’indagine riguarda il continente sommerso dei cattolici che stentano a riconoscersi nella linea ufficiale della Chiesa: eremiti cistercensi, suore missionarie, preti di periferia, teologi eterodossi, parroci sposati. Ma anche imprenditori in tonaca, medici pellegrini a Lourdes, storici, filosofi, studiosi. E semplici fedeli delusi da un clero inflessibile con i peccatori senza potere ma non altrettanto con i peccati dei potenti. Ecco dunque, ad esempio, il ritratto di don Verzé che nel riferirsi agli embrioni umani congelati in celle frigorifere e inutilizzati dopo l’entrata in vigore della legge 40 afferma: «Piuttosto che distruggerli è meglio metterli al servizio della scienza e della vita umana». Parole che a fronte della restaurazione teologica e dottrinale attuata prima da Wojtyla e ora Ratzinger è inimmaginabile sentir pronunciare da una larga schiera di gerarchie vaticane. E che sono uno dei tanti sintomi di una Chiesa divisa. Come lo sono i drammi di Welby e di Eluana, la battaglia sul testamento biologico, la pillola abortiva Ru486. Temi che mostrano lacerazioni profonde non solo tra laici e credenti ma nel corpo stesso del mondo cattolico.

left 10/2010

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: