//
you're reading...
Vaticano

Pedofilia nel clero, nuove grane per Benedetto XVI

Il giovane Josef Ratzinger e suo fratello Georg

La Chiesa tedesca è nella bufera. Dopo i casi di febbraio, denunciati abusi all’interno del coro delle voci bianche di Ratisbona perpetrati quando era diretto dal fratello del papa di Federico Tulli

Dopo Stati Uniti e Irlanda tocca ora alla Germania fare i conti con la diffusione del “fenomeno” della pedofilia nel clero cattolico. Quando ancora sono in piena evoluzione gli scandali che a febbraio hanno coinvolto la Compagnia di Gesù e un suo importante istituto di formazione, via via allargandosi fino a raggiungere l’arcidiocesi di Monaco e il monastero benedettino di Ettal, centro di formazione per le elite tedesche, ecco che spuntano rivelazioni che arrivano a sfiorare addirittura il fratello di papa Benedetto XVI, monsignor Georg Ratzinger, per quasi 30 anni direttore del coro delle voci bianche della Cattedrale di Ratisbona.

Secondo quanto ammesso dal vescovo della cittadina tedesca, Gerhard Ludwig Mueller, tra i Domspatzen (ovvero i “passeri del duomo”, così viene chiamato il coro famoso in tutto il mondo) si sarebbe verificato almeno un caso di violenza sessuale. La vicenda è ancora confusa, ed è venuta alla luce dopo la pubblicazione di una lettera sul sito della diocesi di Ratisbona firmata dalla direzione del coro. Che si rivolge a genitori, coristi e collaboratori spiegando di essere venuta a conoscenza di violenze su uno studente all’inizio degli anni ‘60, anche se non è chiaro se siano state commesse all’interno del coro oppure in un’altra istituzione. Da una ricerca sulla stampa di quei decenni, gli amministratori dei Domspatzen ammettono che ci sono indizi concreti di abusi da parte dell’allora direttore dello studentato del coro, oggi deceduto. Quanto a monsignor Georg Ratzinger, in un’intervista alla Bayerischen Rundfunk il fratello del pontefice ha detto di non essere a conoscenza di casi di pedofilia commessi all’epoca in cui era direttore. Vale a dire tra il 1964 e il 1993.

Ma le accuse sembrano destinate a moltiplicarsi. In una conferenza stampa, il portavoce della diocesi di Ratisbona, Clemens Neck, ha parlato di «sospetti concreti» nei confronti di due ex-direttori delle voci bianche del coro, vicende «che in generale erano già note» in diocesi. I due religiosi, morti nel 1984, sarebbero anche finiti in prigione per gli abusi commessi. Il primo, un ex-insegnante di religione e direttore del collegio, sarebbe stato allontanato nel 1958 mentre l’altro, direttore anch’egli del collegio per alcuni mesi, sarebbe stato condannato nel 1971. La responsabile della diocesi di Ratisbona per i casi di pedofilia, la psicologa Birgit Boehm, ha chiesto a tutte le vittime di farsi avanti. «Vogliamo fare un’inchiesta trasparente», ha quindi spiegato Neck, aggiungendo che il vescovo Mueller ha ordinato la creazione di una commissione che studi gli archivi in cerca di casi del passato. Ci sarebbero, infatti, indizi su più casi di violenze che vanno dal 1958 al 1971. Dal canto suo la Santa sede, in una nota emessa dal vicedirettore della sala stampa Vaticana, informa che «sta prendendo molto sul serio tutta la vicenda dello scandalo di pedofilia in Germania», pur senza voler intervenire direttamente sul caso Ratisbona. In totale, solo nelle ultime settimane, sono 18 su 27 le diocesi coinvolte negli scandali “pedofilia” e, da una ricerca preliminare del settimanale Der Spiegel, sono almeno un centinaio i casi di violenze sessuali su minori portati all’attenzione dei vescovi tedeschi; la maggior parte risalgono a molti decenni fa. Intanto, diventano sempre più concreti i contorni delle violenze che per decenni sarebbero state perpetrate nell’abbazia benedettina di Ettal, in Baviera. I monaci hanno richiesto l’invio di un visitatore apostolico da parte della Santa sede, che dovrebbe arrivare a breve, mentre il procuratore che sta investigando gli abusi, Thomas Pfister, ha parlato di un «regime di terrore» nel monastero, dove gli alunni venivano abusati «sessualmente, psichicamente e fisicamente» in una «sistematica cultura del ‘guardare altrove» durata fino agli anni ‘90.

Terra, il primo quotidiano ecologista

Annunci

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

Aggiornamenti Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: