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Vaticano

Vaticano horror tour

Decine di migliaia di abusi commessi in tutto il mondo all’ombra delle diocesi. Il Novecento passerà alla storia come l’inizio del declino, non solo economico, della Chiesa cattolica di Federico Tulli

Mentre andiamo in stampa si sta per concludere l’assemblea plenaria della Conferenza episcopale tedesca (Dbk). Non sappiamo dunque se dopo il suo lungo silenzio il presidente, monsignor Robert Zollitsch, avrà finalmente espresso la posizione dei vescovi tedeschi sullo scandalo “pedofilia” che in queste ultime settimane ha travolto l’ordine dei gesuiti in Germania per una serie di violenze commesse su minori tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta nel prestigioso collegio cattolico Canisius. Deflagrato ai primi di febbraio, col passare delle settimane lo scandalo ha assunto dimensioni scioccanti. Le vittime accertate sono circa 120, alcune di loro si sarebbero suicidate mentre i presunti  colpevoli delle violenze sono almeno 12. E non due come si era pensato in un primo momento. Non è la prima volta che i gesuiti si rendono protagonisti di vicende di questo tipo.

Tra l’inizio del 2008 e i primi mesi del 2009, in Alaska, 292 persone hanno denunciato alle autorità locali violenze “sessuali” subite da sacerdoti della diocesi cattolica di Fairbanks. Gli abusi – come è stato provato in 23 casi, il cui risarcimento ha portato la diocesi alla bancarotta – sono avvenuti tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanat del secolo scorso. Secondo le vittime, i preti «problematici» sono stati assegnati intenzionalmente dai loro superiori alle zone più isolate del remoto Stato Usa.
All’epoca dei fatti, oltre a non essere garantita l’applicazione della legge, non c’era possibilità di denunciare le violenze subite dai bambini, tanto meno esistevano strutture sanitarie adatte a rilevarne eventuali sintomi. Ma non è finita qui. Già nel 2007 i gesuiti – che forniscono i sacerdoti alle diocesi dell’Alaska settentrionale – erano stati implicati in uno scandalo analogo (a St. Michael e Stebbins, sul mare di Bering). In quel caso la Compagnia di Gesù risarcì le 113 vittime, in gran parte bambini Yupik, la popolazione nativa più diffusa in Alaska insieme agli Inuit, per un totale 50 milioni di dollari. In cambio, nessuno dei preti coinvolti fu incriminato, né fu chiesta alcuna ammissione di colpevolezza. Proseguendo in questo horror tour per i Paesi segnati dalla pedofilia nel clero e dalle violenze su minori commesse da preti cattolici, rimaniamo nel continente nordamericano per riportare alla memoria un’altra agghiacciante storia che qui in Italia ha meritato solo alcune righe in cronaca. Come ricordava su queste pagine Vania Lucia Gaito – che oltre a essere l’autrice di Viaggio del silenzio (Chiarelettere) è stata la prima a tradurre in italiano e a portare nel nostro Paese il documentario Sex, crimes and Vatican – è da ascrivere alla Chiesa cattolica la responsabilità di uno dei più brutali genocidi del secolo scorso. Si tratta di quello commesso in Canada su oltre 50mila bambini dai responsabili religiosi delle scuole dove per decenni i figli dei nativi sono stati rinchiusi e costretti a professare la religione cristiana. La vicenda è stata documentata dal film Unrepetant di Kevin Annett, che ha vinto premi internazionali ma che in Italia ha trovato diffusione solo online su arcoiris.tv. «I giornali – nota la Gaito – pubblicarono la notizia del primo ministro Harper che chiedeva scusa ai nativi canadesi risarciti con 5 miliardi di dollari. E si dimenticarono di dire “perché”. In certi casi emerge la capacità tutta italiana di dare una notizia… senza darla. Non si disse nemmeno che alla base di quanto è successo c’era l’Indian act del 1874 alla cui stesura aveva contribuito una commissione cattolica». Scendiamo verso sud, e per brevità, poiché la storia è oramai tristemente nota, accenniamo solamente con alcuni dati allo scandalo che ha sconquassato la Chiesa cattolica statunitense all’inizio del terzo millennio. Fino a oggi negli Usa sono 4.392 i sacerdoti denunciati per pedofilia. Mentre i risarcimenti già versati per condanne definitive ammontano a 2,6 miliardi di dollari. Una somma che ha portato sull’orlo della bancarotta l’intera Chiesa dello Stato che adotta come motto nazionale: “In God we trust”.

Anche la patria della vergine di Guadalupe, che con 20 milioni di pellegrini annuali è il sito religioso più visitato al mondo dopo il tempiobuddista di Sensoji in Giappone (30 milioni) e prima di Città del Vaticano (18 milioni), non è immune dalle “scorribande” di sacerdoti pedofili. Senza dubbio nel cattolicissimo Messico è la storia di Marcial Maciel Degollado quella più significativa. Per riassumere di cosa si rese responsabile il fondatore dei legionari di Cristo, una congrega di livello mondiale potente quanto l’Opus dei, ecco una scheda dal titolo “Mezzo secolo di accuse” pubblicata nel 2002 su L’espresso da Sandro Magister. «Le prime accuse – scrive il vaticanista – sono del 1948. Sono trasmesse a Roma dai gesuiti di Comillas, in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il Vaticano le lascia cadere. Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga su nuove accuse ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni e esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei legionari. Terzo. Nel 1978 è l’ex presidente dei legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand’era ragazzo (in Messico, ndr). Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta. L’ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da parte di otto importanti ex legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta (in Messico, ndr). Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall’avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba Martin, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma senza alcun risultato». La situazione per Maciel precipita pochi anni dopo. Nel 2004 il promotore di giustizia Charles Scicluna, incaricato dalla Santa sede di indagare, raccoglie le testimonianze di 30 ex seminaristi legionari che accusavano Maciel di abusi sessuali e psicologici. Nel 2006 l’ultraottantenne fondatore dei legionari fu “invitato” dalla Congregazione a ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza e a rinunciare a ogni ministero pubblico. In sostanza, Maciel (come tanti suoi “colleghi”, del resto) fu allontanato dalla ribalta ed evitò il processo.

Fermiamoci per un attimo all’inizio degli anni Duemila solo per ricordare il perdono chiesto il 22 novembre del 2001 da Giovanni Paolo II ai popoli dell’Oceania per «gli abusi sessuali compiuti da alcuni preti». Tempo dopo sarà il suo successore Benedetto XVI a chiedere scusa agli australiani: «Essere prete è incompatibile con gli abusi sessuali: questo comportamento contraddice la santità. Ne parlai negli Stati Uniti, ne parlerò anche in Australia. Perché è essenziale per la Chiesa – ha detto papa Ratzinger – rappacificare, prevenire, aiutare e vedere la colpa insita in questo problema». Era il luglio del 2008, in quegli stessi giorni Bernard Law, l’ex arcivescovo di Boston costretto alle dimissioni per aver coperto gli scandali “pedofili” nella West coast degli Stati Uniti, pregava indisturbato a Roma, in Santa Maria Maggiore. Arriviamo infine ai nostri giorni. Non proprio i più fulgidi dell’era Ratzinger. Dello scandalo in Germania si è detto. E ora è utile ricordare i due Rapporti, Murphy e Ryan, che hanno messo in ginocchio la Chiesa irlandese. Il primo reso noto a dicembre 2009 prende il nome da Yvonne Murphy il magistrato che ha condotto l’inchiesta governativa. Vi sono elencati 320 casi di abusi sessuali commessi da 46 preti nella diocesi di Dublino e le relative “coperture eccellenti”, confermati poi anche dai vertici dell’episcopato locale. Il documento segue di pochi mesi il Rapporto Ryan, che a sua volta in oltre 2.500 pagine parlava di pedofilia «endemica» nel clero irlandese e denunciava oltre cinquant’anni di violenze compiute negli istituti correttivi cattolici, da parte di circa 800 tra preti e suore dagli anni Trenta agli anni Ottanta. In totale, la Chiesa irlandese rischia di dover pagare oltre un miliardo di euro in risarcimenti alle vittime. Da questo tragico “viaggio” restano fuori le storie di abusi pedofili commessi da uomini e donne di Chiesa in molti altri Paesi del mondo. Polonia e Inghilterra solo per fare un paio di esempi. E non viene mai citato un intero continente dove comunque la presenza cattolica è assai diffusa. In questo caso però perché le notizie di crimini su bambini riescono a emergere raramente. Difficile dire se per la difficoltà a denunciare o se davvero l’Africa sia rimasta immune dalla violenza senza confini del pedofilo in tonaca.

left n. 8 del 26 febbraio 2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

3 pensieri su “Vaticano horror tour

  1. mai lette tante idiozie tutte insieme. Per la cronaca, dovrebbe leggere qualche libro di storia il nostro giornalista e meno favole. Da Nerone a Napoleone passando da Hitler a Stalin han già detto certe cose….. loro sono cibo per i vermi, la Chiesa, purificata, è sempre al suo posto.

    Pubblicato da Stefano | 21 giugno 2012, 1:48 pm
    • Se è per questo, anche le vittime sono cibo per vermi. O meglio, dei vermi. “Purificati” e all’ombra del Cupolone ma sempre vermi sono
      FT

      ps. i libri di storia sono elencati nella bibliografia del mio saggio

      Pubblicato da Federico Tulli | 21 giugno 2012, 3:20 pm

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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