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Sicurezza alimentare

Ogm, l’Autorità parziale

Ancora una volta i pareri in materia di biotech espressi dall’Ente europeo per la sicurezza alimentare causano perplessità. E la patata Amflora può trasformarsi in un boomerang commerciale per chi decide di coltivarla di Federico Tulli

E se quella della lobby biotech fosse una vittoria di Pirro? A 48 ore dal via libera di Bruxelles alla coltivazione in Europa della patata Amflora, e di altre tre varietà di mais Ogm, l’azienda tedesca Emsland Stärke GmbH (Esg), seconda produttrice mondiale di carta (con le sue 350.000 tonnellate di amido di patate) ha dichiarato di non voler al momento coltivare il tubero biotech della Basf «pur avendo considerato nel passato la possibilità di farlo». Nessun ripensamento di carattere “morale”.

L’argomentazione del colosso tedesco è squisitamente economica, ma non per questo meno dirompente. I vertici della Esg temono infatti di perdere importanti partner commerciali a causa della forte opposizione dei cittadini Ue agli Ogm. In caso di ripensamento definitivo l’Esg non rischia di rimanere senza materie prime, dal momento che sul mercato sono ampiamente disponibili prodotti equivalenti all’Amflora, ma non geneticamente modificati, realizzati dalla tedesca Europlant e dall’olandese Avebe. Altri, poi, sono in via di realizzazione. Considerato questo, e considerato che la patata della Basf potrà anche alimentare gli animali, nota il vicepresidente di Verdi ambiente e società (Vas), Simona Capogna, «non si capisce cosa ha spinto il neo commissario Ue alla Salute, John Dalli, a ignorare le informazioni sui rischi, il parere negativo di enti scientifici, la contrarietà dei cittadini e degli agricoltori e la normativa comunitaria (direttiva CE 2001/18) sull’immissione in commercio di Ogm contenenti geni per la resistenza ad antibiotici».

I Verdi per questo presenteranno una denuncia alla Procura di Roma per chiedere il sequestro delle sementi gm: «Il via libera alla patata – ha ricordato il presidente Angelo Bonelli – è stato concesso nonostante i pareri contrari dell’Agenzia europea del farmaco (Emea) e dell’Organizzazione mondiale della sanità». I Vas sottolineano inoltre che nemmeno l’Efsa (Authority europea per la sicurezza alimentare), che per le sue  valutazioni “scientifiche” si attiene ai dati delle multinazionali biotech, «è riuscita a dare un parere unanime rispetto al rischio di trasferimento, ai batteri umani e animali, dei geni di resistenza agli antibiotici presenti in Amflora».  Le frizioni interne all’Efsa comunque non hanno evitato la formulazione di un parere positivo sulla documentazione scientifica prodotta dalla multinazionale tedesca. Parere che sarebbe stato di segno opposto se a tempo debito la stessa Authority avesse inserito due antibiotici – cui la patata gm è resistente – nel gruppo di quelli ad alto valore medico e veterinario. Un’inerzia che getta delle perplessità sull’operato dell’Ente con sede a Parma.

Non è la prima volta che accade. Nel marzo 2007 il bioingegnere Gilles Eric Séralini dell’università di Caen ha dimostrato con uno studio pubblicato su Archives of environmental contamination and toxicology la tossicità di un tipo di mais gm, il Mon Bt863 della Monsanto, autorizzato dalla Commissione europea per il consumo umano e animale dopo il parere positivo dell’Efsa. Le conclusioni della ricerca spinsero il Comitato di ricerca e informazione indipendente sulla genetica, presieduto dallo stesso Seralini, ad accusare l’Authority di aver concordato le conclusioni favorevoli con gli esperti della multinazionale. Per questo motivo il Criigen chiese le dimissioni del direttore esecutivo dell’Efsa, Catherine Geslain-Lanéelle.

Un anno dopo, il sistema adottato dall’Ue per la valutazione scientifica degli studi sugli Ogm, fu duramente criticato anche dal governo francese. Sotto accusa sia l’affidabilità delle analisi del rischio ambientale, sia la durata dei test sui pesticidi (tre mesi invece dei due anni richiesti dall’Ue per quelli non biotech). Anche in questo caso il principale imputato era l’Efsa. Che secondo Parigi non svolgeva al meglio il compito di dare a Bruxelles il parere scientifico sui dossier delle industrie che hanno chiesto l’autorizzazione al commercio di Ogm in Ue.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
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