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Cultura migrante

«Stanno disintegrando l’Italia»

Predrag Matvejevic

«Dopo la schedatura dei piccoli rom questo Paese non è più lo stesso». Lo sconcerto di Predrag Matvejevic, in questi giorni a Barletta dove è in scena uno spettacolo teatrale tratto dal suo Breviario mediterraneo di Federico Tulli

«Argentina? Che bel Paese italiano di lingua spagnola». Predrag Matvejevic cita Jorge Luis Borges per esprimere il proprio sconcerto riguardo al dilagare di atteggiamenti xenofobi, «riscontrabili pure in alcune leggi dello Stato», che comincia a minare pesantemente il patrimonio culturale accumulato dall’Italia nel corso della sua storia. Scrittore e saggista, docente alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma, nominato “per chiara fama”, Matveievic è nato nel 1932 a Mostar nella ex Jugoslavia e da qui è «dovuto emigrare» nel 1991 dopo che «una sventagliata di mitra dei nazionalisti croati ha colpito la mia porta di casa». Per 14 anni in Italia, Matvejevic dal 2008 è tornato nella sua terra e vive a Zagabria «dove il nazionalismo abbaia ma non ha più i denti». Oggi e domani sarà a Barletta, in Puglia. Al teatro Curci è in scena uno spettacolo teatrale con Omero Antonucci, tratto da uno dei suoi saggi più famosi, Breviario mediterraneo. Pubblicato in Italia da Garzanti, il libro è alla sua decima edizione.

Professore, in Italia i migranti per rivendicare la propria esistenza devono scioperare.

Sono estremamente sorpreso da questa situazione che si verifica in un Paese che considero tra i meno xenofobi dell’Europa, come ho avuto modo di constatare nei diversi viaggi durante il mio esilio volontario. D’altra parte l’Italia è quella che nel Novecento ha vissuto sulla propria pelle più di ogni altra nazione il fenomeno della migrazione. Quasi ogni famiglia ha un parente che ha tentato fortuna all’estero. Ricordo che in Svizzera, dopo la guerra, in ogni albergo incontravo un cameriere italiano. Lo stesso accadeva in Inghilterra o in Germania. Gli italiani stanno dimenticando la propria storia.

Nasce così il “terrore” dello straniero?

Il problema, per certa politica e per le persone che a questa politica danno fiducia, è sempre lo stesso. Qui, come in altri luoghi d’Europa. La persona straniera che arriva in una nuova terra porta con sé la propria cultura, una cultura diversa. E questo fa paura. Di fronte allo sconosciuto c’è chi si chiude nella propria “particolarità”. In un saggio ho scritto che questa non è un valore a priori. Anche l’antropofagia, mangiare l’altro, è particolarità. Il problema dell’integrazione è deflagrato negli ultimi anni.

Lei ha detto che quando arrivò in Italia non erano immaginabili tensioni del genere.

L’integrazione di culture diverse è un fatto che la storia insegna come positivo. Io ho la cittadinanza italiana ottenuta dal presidente Scalfaro e da Napolitano quando era ministro dell’Interno. A quei tempi non era pensabile che si sarebbe arrivati a una legge che impone di prendere le impronte ai bambini rom. Questo è un violento attacco all’infanzia, alla piccola persona che poi tutta la vita porterà questo marchio. Chi li ha voluti schedare è il prototipo di colui che si chiude nella propria particolarità convinto che sia un valore assoluto. Senza mai metterlo in discussione.

Eppure sembra un’atteggiamento più che diffuso, conclamato.

Da italiano, con questa parte di cuore italiano io protesto. Se fossi stato a Roma avrei manifestato a piazza Vittorio. La mia Italia, quella che amo non ha paura dello straniero. E rifiuta la politica che lo vincola a misure amministrative che ne disintegrano la dignità. Arrivando a negare loro la condizione di cittadini come gli altri, cioè di esseri umani.

Teatro a parte, a cosa sta lavorando in questo periodo?

In estate uscirà per Garzanti un libro che mi è costato vent’anni di lavoro. S’intitola Pane nostro. Mi riferisco al pane usato nei campi di concentramento e penso a mio padre. Era in un lager nazista perché era di origine russa. Pur essendo emigrato dal Paese di Stalin vent’anni prima non fu risparmiato.

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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