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Politiche sanitarie

Poteri forti contro la Ru486

Le gerarchie ecclesiastiche impongono al governo italiano di modificare la legge 194. Varando linee guida per costringere al ricovero chi per abortire sceglie la via farmacologica di Federico Tulli

«In caso di mia elezione sarò molto ferma: c’è la legge 194 da applicare. Se ci sono metodi che tutelano la salute della donna vanno considerati. Quindi sì alla Ru486 con il vaglio medico-scientifico, a cui spetta stabilire se vada somministrata in day hospital o in degenza ospedaliera». L’ingresso nelle strutture sanitarie italiane del farmaco abortivo, atteso da oltre 20 anni, è oramai prossimo. Sono in stampa al Poligrafico dello Stato le fustelle, con il codice a barre e le altre indicazioni di legge necessarie per avviare la commercializzazione. Terminate le ultime procedure, la Exelgyn, ditta francese produttrice della pillola, potrà vendere le confezioni nelle sei Regioni che fino a oggi hanno deliberato sull’uso “ospedaliero” della Ru486. Tre di queste, Emilia Romagna, Piemonte e la provincia autonoma di Trento, hanno optato per il day hospital, prevedendo appositi protocolli che consentiranno il monitoraggio costante della donna, anche al di fuori dell’ospedale, nell’arco di tempo necessario all’aborto. Mentre Lombardia, Toscana e Veneto si sono espresse per il ricovero ordinario (di norma tre giorni). Nella sarabanda di dichiarazioni politiche, montata in maniera direttamente proporzionale all’avvicinarsi del debutto “italiano” del medicinale dichiarato essenziale nel 2005 dall’Oms, spicca il buon senso di Catiuscia Marini, candidata alle regionali in Umbria per il centrosinistra. Il resto di quanto offerto dai media in questi giorni è un deserto di sensibilità e competenza. Come sovente accade quando si mette un microfono davanti a degli uomini convinti che la loro missione sulla Terra sia quella di educare e insegnare a stare al mondo all’intero genere femminile.

Ecco quindi monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia per la vita e cappellano di Montecitorio che in un’intervista alla Stampa intima al governo italiano di intervenire emettendo delle linee guida nazionali, perché la «discrezionalità delle amministrazioni locali» crea una situazione «triste e allarmante». Chi ha responsabilità politiche, aggiunge Fisichella, «non può non tener conto dei pericoli del farmaco e la decisione sul ricovero ordinario o meno in ospedale non può differire radicalmente da un posto all’altro». Fisichella probabilmente non è informato del fatto che c’è una delibera dell’organismo preposto, l’Agenzia italiana del farmaco, che ha già smontato tutte le false accuse di pericolosità della Ru486. E dimentica che la Costituzione tutela la libertà di scelta dei pazienti e che il medico è l’unico soggetto autorizzato ex lege a decidere, con il paziente, quali procedure terapeutiche adottare. Conclude perentorio il monsignore: con la Ru486 «si illude la donna», facendole credere che con l’assunzione di due pillole «il dramma dell’aborto sia meno dirompente». Ecco.

Quando c’è da pontificare su cosa le donne siano in grado o meno di valutare in autonomia, ancor di più se c’è un’interruzione volontaria di gravidanza di mezzo, non può non mancare il commento del capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. Che ha così tuonato durante un suo tour elettorale in Emilia Romagna: «Provvederemo a iniziative di rilevanza penale se le abortienti non saranno sottoposte al ricovero ospedaliero così come prevede la legge 194 sull’aborto. Non consentiremo l’aborto a domicilio». In realtà, la 194 parla espressamente di ricovero «eventuale», anche in caso di aborto chirurgico, mentre il ricovero coatto è previsto (dalla Costituzione) solo per determinati casi tra i quali non rientra l’interruzione volontaria di gravidanza. Ma tant’è. A ripetere come un mantra certe inesattezze probabilmente secondo Gasparri finisce che il cittadino della strada, “l’uomo qualunque”, ci crede e diventano vere. Torniamo per un attimo a Fisichella, perché le sue dichiarazioni sulla necessità di varare «linee guida nazionali» si riferiscono al nuovo fronte che il governo aprirà di qui a breve con l’obiettivo di creare altri ostacoli all’impiego del farmaco abortivo. Indicazioni su scala nazionale potrebbero infatti rendere carta straccia la delibera delle tre amministrazioni locali che hanno già optato per la terapia farmacologia da svolgersi in day hospital. Le grandi manovre per ottenere questo risultato sono già cominciate e confermano la solidità dell’asse Esecutivo-Città del Vaticano.

È difatti Enrico Garaci, l’inossidabile presidente dell’Istituto superiore di sanità, la persona che dovrà fornire al ministero della Salute il parere sulle modalità di composizione delle linee guida. Per l’occasione Garaci, già uomo forte dell’associazione cattolica Scienza&vita, è stato nominato dal ministro Fazio presidente del Consiglio superiore di sanità. Tale organismo, appena rinnovato, tornerebbe a pronunciarsi sulla Ru486 dopo averlo già fatto durante la sperimentazione della pillola effettuata negli anni scorsi dal ginecologo Silvio Viale al S. Anna di Torino. Inutile scommettere sull’esito del “verdetto”.

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il personaggio
Sua sanità Enrico III

Andreottiano doc, il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Enrico Garaci, ha nel proprio Dna molte delle caratteristiche che hanno fatto la fortuna del suo longevo uomo politico di riferimento. Non può essere altrimenti. Almeno a considerare la serie di poltrone istituzionali in ambito medico scientifico occupate dal nostro – anche simultaneamente – sin dai primi anni Ottanta. Nel 1982, appena quarantenne, Garaci diviene rettore della università di Tor Vergata. Carica ricoperta fino al 1993, quando è eletto presidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Carica mantenuta durante la corsa alle comunali di Roma del 1989. Quando viene indicato capolista Dc da un altro andreottiano di ferro, “lo squalo” Vittorio Sbardella. Garaci rimane il numero uno del prestigioso ente di ricerca fino al 1997. Nel 2001, con il secondo governo Berlusconi, è nominato presidente dell’Iss. Oggi è al terzo mandato consecutivo, dopo aver resistito indenne alla caduta di due governi di opposto colore politico. Infuocate polemiche suscitò la sua conferma ottenuta nel 2007 grazie all’allora ministro della Salute Livia Turco. Del caso, sollevato dal gotha della scienza italiana e che poi ha assunto rilievo internazionale, se ne è occupato anche left. Quando l’attuale senatrice Radicale del Pd Donatella Poretti presen­tò tre interrogazioni parla­mentari per sapere che fine avevano fatto e a chi erano stati assegnati i 10 milioni di euro per la ricerca tra il 2001 e il 2007. Tanti soldi, la cui desti­nazione non è stata mai del tutto chiarita dallo stesso Ga­raci incaricato di gestirli. La Poretti ha appena presentato un’altra interrogazione, al ministro Fazio, per sapere se il duplice impegno di Garaci – ora presidente anche del Consiglio superiore di sanità – «per quanto non impedito da norme di legge, possa essere considerato opportuno secondo un principio di divisione dei ruoli e delle competenze tra le funzioni consultiva e tecnico-scientifica dei due massimi organi della Sanità italiana».

left 8/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
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