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Politiche sanitarie

Il ministro vaticano

Il ministro della Salute, Ferrucio Fazio

Da titolare della Salute, Ferruccio Fazio si reca Oltretevere per pronunciare un discorso ufficiale. E affonda la ricerca sulle cellule staminali embrionali di Federico Tulli

«E’ molto grave per la comunità scientifica cronicamente sofferente per la mancanza di finanziamenti che il governo italiano abbia deciso di affrontare la crisi finanziaria tagliando i fondi per la ricerca, l’innovazione e l’istruzione e che il sistema di distribuzione dei finanziamenti pubblici usi modalità meno trasparenti di quelle che dovrebbero essere». Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna non si arrendono. Le tre scienziate che nel 2009 avevano presentato un ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato (entrambi persi) contro la decisione del ministro del Welfare Maurizio Sacconi di escludere le cellule staminali embrionali umane da un bando di ricerca ministeriale, tornano a denunciare l’«abuso di potere» affidando all’ultimo numero della rivista Nature tutta la loro indignazione per «l’avversione ideologica» del governo alla ricerca sulle staminali embrionali. Una “battaglia” – «contro l’esclusione di questo tipo di cellule, legalmente utilizzabili e scientificamente importanti» – niente affatto donchisciottesca. Sono mulini ben concreti quelli che agitano le proprie pale contro il progresso scientifico. Ecco ad esempio le dichiarazioni del ministro della Salute Ferruccio Fazio nello stesso giorno della lettera su Nature. «Da scienziato e quindi in base alle evidenze scientifiche – ha detto il ministro che per celebrare la Giornata mondiale del malato dell’11 febbraio scorso ha scelto come sede “istituzionale” Città del Vaticano – sono convinto che sia quella delle staminali adulte la strada da seguire per sperare in una terapia promettente». Appunto. Non è chiaro a quali evidenze faccia riferimento il ministro, dal momento che la comunità scientifica internazionale è concorde nel considerare inscindibili i due filoni di ricerca (sulle adulte e sulle embrionali). Il motivo è semplice: la scienza non lavora per compartimenti stagni. «Non si può stabilire a priori qual è la ricerca buona e qual è quella cattiva – torna a spiegare Elena Cattaneo -. È attraverso lo studio delle embrionali che si può trovare la chiave per progredire anche nel campo della ricerca sulle staminali adulte». Persino Shynia Yamanaka, lo scienziato giapponese che riprogrammando le cellule adulte della pelle ha scoperto la possibilità di non “passare” per l’embrione, sostiene la necessità inderogabile di mettere a confronto le caratteristiche dei due tipi di cellule. Non a caso uno dei primi “decreti” di Barack Obama da presidente Usa è stato quello che ha ripristinato il sistema di finanziamenti pubblici alla scienza che si occupa di embrionali, «per evitare moltissime sofferenze». E in Italia? In Italia a dettare l’agenda politica c’è il papa. Che il 13 febbraio nel discorso alla Pontificia accademia della vita ha detto: «Gli scienziati non possono mai pensare di avere tra le mani solo della materia inanimata e manipolabile. (…). È necessario ripetere con fermezza che non esiste una comprensione della dignità umana legata soltanto a elementi esterni quali il progresso della scienza, la gradualità nella formazione della vita umana o il facile pietismo dinanzi a situazioni limite». Ipse dixit. Più chiaro (agghiacciante e antiscientifico) di così.

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Il bando della vergogna

A marzo 2009 il governo Berlusconi ha espressamente escluso le ricerche sulle cellule staminali embrionali umane dai nuovi bandi per i finanziamenti pubblici. Creando così una discriminazione a favore di chi studia le “adulte”, che va persino contro il proibizionismo di cui gronda la legge 40. La norma, infatti, ha tante contraddizioni ma non vieta lo studio su linee cellulari embrionali umane. Dopo l’immotivata decisione dell’esecutivo, Elena Cattaneo, Elisabetta Cerbai e Silvia Garagna – rispettivamente direttrice del centro di ricerca sulle Cellule staminali della Statale di Milano, farmacologa dell’università di Firenze e biologa all’università di Pavia – hanno fatto ricorso prima al Tar Lazio e poi, a dicembre, al Consiglio di stato (vedi left n. 51-52/2009). Le tre ricercatrici sono uscite sconfitte anche dall’appello. Il Cds ha definito illegittima la richiesta di «vincolare» il governo a finanziare un certo tipo di ricerca. In realtà, quanto chiesto dalle ricorrenti era di eliminare il «divieto» di finanziare un certo tipo di ricerca, senza mettere in discussione la liceità dei governi di decidere linee strategiche di ricerca. «Sembra una sfumatura ma non lo è», ha osservato la Cattaneo.

left 7/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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