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Vaticano

Pedofilia nel clero, la Chiesa di Dublino collaborerà con la giustizia

Dopo il monito del papa i vescovi irlandesi s’impegnano ad aiutare i magistrati che indagano su 30 anni di abusi commessi da preti. Lo scandalo scoppiato a dicembre con la pubblicazione del Rapporto Murphy di Federico Tulli

La montagna ha partorito il topolino. Tolleranza zero contro la pedofilia nel clero, aveva tuonato Benedetto XVI nei giorni scorsi in vista della due giorni di summit in Vaticano organizzato per uscire dall’imbarazzo generato dal Rapporto Murphy sulla diffusione, nella Chiesa, di violenze contro minori. E tolleranza zero, almeno a parole, è stata: «La pedofilia – ha detto il papa – è un crimine odioso e un peccato contro la dignità umana». Ma l’unico concreto impegno, annunciato con una nota alla fine del vertice, è stato quello assunto dalla Chiesa d’Irlanda a collaborare con l’autorità giudiziaria dell’isola per far luce sui crimini commessi su minori tra il 1975 e il 2004. Impegno forse tardivo, ma dovuto. Per discutere dell’ennesimo scandalo di preti pedofili e dei loro superiori poco inclini a denunciarli, che ha travolto le gerarchie dello Stato più longevo del mondo, sono giunti da Benedetto XVI 24 vescovi irlandesi. I quali hanno ammesso che alla base della vicenda ci sono «senza dubbio errori di giudizio e omissioni», tuttavia secondo quanto si legge nella nota vaticana, ora sono state adottate «misure significative per la sicurezza dei bambini e dei giovani». Inoltre, «ognuno dei vescovi ha fatto le sue osservazioni e dato i suoi suggerimenti». E tutti «hanno parlato con sincerità del senso di pena e di rabbia, di tradimento, di scandalo e di vergogna loro espresso, in più occasioni, dalle vittime degli abusi».

Nella delegazione c’era anche monsignor Drennan, uno dei due alti prelati – tra i sei accusati dal Rapporto Murphy di aver coperto le violenze – che ancora non ha rassegnato le proprie dimissioni al papa. Del resto, nella nota vaticana non si menzionano le dimissioni o misure analoghe ma vi si legge che il pontefice «ha espresso la speranza che che l’incontro aiuti a unire i vescovi e permetta loro di parlare con una sola voce nell’identificare i passi concreti volti a aiutare coloro che sono stati abusati, incoraggiando un rinnovamento della fede in Cristo e restaurando la credibilità spirituale e morale della Chiesa». In pratica, da dicembre a oggi in quattro hanno lasciato l’incarico, ma solo in un caso Benedetto XVI ha accettato le dimissioni.

Un’altra questione rimasta in sospeso riguarda la Lettera alla Chiesa di Dublino che il papa ha scritto ai cattolici d’Irlanda. In un primo tempo era stato detto che la missiva pastorale con le iniziative da intraprendere in risposta agli scandali “pedofilia” sarebbe stata pubblicata durante il summit. Ma la data è slittata, probabilmente, ai primi di marzo.

Il Rapporto Murphy ha preso il nome da Yvonne Murphy il magistrato che ha condotto l’inchiesta governativa. Vi sono elencati 320 casi di abusi sessuali commessi da 46 preti nella diocesi di Dublino e le relative “coperture eccellenti”, confermati poi anche dai vertici dell’Episcopato locale. Questo documento segue di pochi mesi il Rapporto Ryan del maggio 2009, che a sua volta denunciava oltre 50 anni di violenze compiute negli istituti correttivi cattolici, da parte di circa 800 tra preti e suore dagli anni ‘30 agli anni’80.

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
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