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Salute

Quel che resta di Basaglia

Criticarlo per andare oltre

È difficilissimo “criticare” Basaglia. Criticare nel senso di fare delle “critiche” che non vogliono né demolire un passato importante, né tantomeno un uomo che i manicomi l’ha chiusi per davvero. Ma “distinguere” per guardare oltre. Ogni volta che tentiamo, le reazioni sono sempre le stesse. L’irrigidimento è totale. L’indisponibilità al confronto è assoluta. Ma noi insistiamo perché i santini non servono a molto. Serve capire. In questi giorni abbiamo letto, visto e ascoltato. Ancora ieri parlavamo al telefono con una delle allieve preferite di Basaglia, una che negli anni Settanta, giovane neopsicologa, aveva il compito di redigere i verbali delle assemblee dello psichiatra: «Non aveva quel buon carattere che ha Gifuni, era autoritario. Era un vecchio comunista. Un leninista. Aveva questa urgenza del fare. Bisognava “fare”». «- Sai – Gorizia è stato il ‘68, Trieste il compromesso storico. Durante le assemblee stava in silenzio per ore. Poi a un certo punto si arrabbiava e mandava tutti a dormire. La mattina dopo mi buttava giù dal letto e mi dettava le conclusioni della discussione della sera prima. Era così: autorità e grande etica». E in queste frasi c’è un po’ tutto. Anche tutti i nostri dubbi legati a una prassi che non aveva una teoria perché il “sapere” era diventato solo “potere” del medico da abbattere. Una prassi divenuta politica, che liberava sicuramente ma che non curava. Nel ’79 Basaglia scriveva: «Per me, che si parli di psicologo o di schizofrenico, di maniaco o di psichiatra è la medesima cosa: sono tanti i ruoli, all’interno di un manicomio, che non si sa più chi è il sano o il malato. Io direi che una della condizioni del nostro lavoro fu… la finalità politica che univa tutti. Essere psicologo, psichiatra, terapeuta occupazionale, ed essere internato era la medesima cosa… Noi capimmo, per esempio, che un folle era molto più terapeuta di uno psichiatra…». Difficile da raccontare a uno che sta male e che cerca la “libertà” dalla sua malattia mentale. i.b.

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Quel che resta di Basaglia

Una fiction e un convegno celebrano l’ispiratore della legge 180. Quale eredità a trent’anni dalla sua morte? Il commento di Silvio Garattini, farmacologo, e di Andrea Piazzi, psichiatra di Federico Tulli

Letti di contenzione, camicie di forza, celle d’isolamento, elettroshock punitivi. C’è poco altro nei manicomi italiani, dove medici, infermieri-carcerieri e malati-carcerati combattono una battaglia quotidiana fatta nella migliore delle ipotesi di reciproci atti di sadismo: è tutta qui la psichiatria nei primi anni Sessanta. Sono rare le oasi, come a Padova, dove si svolge un’effettiva ricerca sulle cause della malattia mentale. Dove il rapporto dello psichiatra con i pazienti è finalizzato alla cura per la guarigione. In questo contesto “storico” comincia la vicenda di Franco Basaglia, un giovane psichiatra appassionato dei testi di Binswanger e Sartre. A trent’anni dalla sua morte avvenuta il 29 agosto 1980 RaiUno lo ha ricordato con la miniserie C’era una volta la città dei matti. A Trieste, invece, (mentre andiamo in stampa) ha preso il via il meeting mondiale “Trieste 2010: Cos’è salute mentale?”. Un convegno che si conclude il 13 febbraio, organizzato dal Dsm Triestina I con l’obiettivo di creare «un’opportunità di incontro, scambio, e confronto per la nascita di una rete mondiale di salute comunitaria che abbia origine dall’impegno per l’innovazione e la trasformazione dei servizi e delle istituzioni, per l’eguaglianza e il riconoscimento dei diritti nei processi di salute». La scelta del capoluogo friulano per una manifestazione che intende valorizzare il “lascito” di Basaglia non è casuale. Nel 1973 la città viene designata “zona pilota” per l’Italia nella ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità sui servizi di salute mentale. È l’anno in cui l’ispiratore della legge 180, seguendo le correnti filosofiche che sono alla base dei fermenti che accendono i Paesi anglosassoni, fonda il movimento Psichiatria democratica. Quattro anni dopo, nel 1977, viene annunciata per la prima volta in Italia la chiusura di un manicomio. È il San Giovanni di Trieste.

Già altri colleghi prima di lui avevano messo in discussione l’istituzione manicomiale e soprattutto l’effettiva necessità dei metodi di contenzione fisica e dell’elettroshock. Lo stesso dicasi per l’abbattimento dei muri e l’apertura dei pesanti cancelli che separavano “i malati dai sani”. A differenza di altri, però, dediti alla ricerca, “sul campo”, di una valida terapia per le patologie mentali, Basaglia rimase concentrato sulla necessità di «liberare» la persona più che di curare il paziente. Il suo percorso culmina con il varo della legge Orsini, la 180, che nel 1978 introdusse in Italia la revisione organizzativa dei manicomi.

«Il movimento che si era creato intorno a Basaglia fu assolutamente necessario perché i manicomi erano diventati delle carceri», osserva Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano. «Il cambiamento fu favorito dallo sviluppo dei farmaci in grado di controllare molti dei sintomi psichiatrici più gravi, specie le psicosi. Probabilmente – prosegue – sono mancati alcuni aspetti realizzativi delle idee di Basaglia. Vale a dire la costruzione di un sistema che consentisse ai pazienti di vivere fuori del manicomio. Oggi purtroppo il peso di molti dei malati grava sulle loro famiglie». Un altro aspetto da non sottovalutare è legato all’accantonamento della ricerca scientifica e dell’idea stessa di cura psichiatrica operato dalla “cultura basagliana”. «La ricerca nel campo delle malattie mentali – nota Garattini – è tra quelle che hanno fatto meno progressi. Per una questione di complessità delle patologie, anche l’industria farmaceutica investe poco in nuovi medicinali o per studiare più a fondo il problema. E le istituzioni preferiscono finanziare altri campi dove i risultati sono più evidenti. C’è di sicuro una carenza di ricerca di base che dipende sia dalle scarse risorse, sia da un’impostazione culturale che “nega” la patologia e affonda le proprie radici nel movimento legato a Basaglia. Mentre ciò di cui oggi si sente il bisogno è il coraggio di battere nuove vie di ricerca. Lavorando soprattutto sulla prevenzione di depressione e psicosi, sempre più diffuse tra i giovani».

Secondo Andrea Piazzi, psichiatra dell’Spdc di Tivoli (Asl Roma G), la ricaduta “sul campo” causata dalla prassi basagliana è stata di un lungo periodo in cui lo psichiatra non ha più avuto la titolarità della cura. «C’erano le équipe in cui intervenivano tutta una serie di professionalità senza specificità e conoscenze terapeutiche. Quindi per lungo tempo la “cura” del malato è stata fondamentalmente: come lo sistemo? Come gli occupo il tempo? Che relazioni gli faccio avere? Come lo faccio divertire? Nessuno si è mai occupato di come guarirlo». Comunque la riforma andava fatta, perché gli ospedali si erano riempiti in maniera ingestibile. Ma non con la legge Orsini. «La maggior parte dei pazienti “reclusi” non erano pazienti psichiatrici ma avevano disturbi neurologici, erano alcolisti e così via. Il problema – conclude Piazzi – è che quanto si è risparmiato con la chiusura dei lager non è stato poi utilizzato per impostare dei programmi di cura. Non è stato investito in ricerca e sulla psicoterapia». Con gli anni le professionalità sono cresciute. Molti psichiatri oggi sono anche psicoterapeuti. Ma manca il tempo di parlare con il paziente. «Alla fine degli anni Settanta, nel pubblico, il rapporto numerico medici-malati era di 1:90. Oggi è di oltre 1:100. Come si fa a seguirli tutti almeno una volta a settimana?».

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Parla Massimo Fagioli, lo psichiatra dell’Analisi colletitva

Quella prassi senza idee di Ilaria Bonaccorsi

Professor Fagioli, Basaglia scriveva: «Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere che è poi quella di far diventare razionale l’irrazionale» Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza: follia, irrazionale, razionale, malattia, ci vuole spiegare la differenza?

Tutto questo movimento intorno a Basaglia, articoli, convegni, fiction hanno messo a fuoco una cosa a cui pensavo in questi ultimi tempi. Tre settimane fa Oliver Sacks su la Repubblica scriveva di ripristinare le “case asilo” per far sì che i malati di mente potessero convivere con altri malati di mente, in delle comunità tra simili, fuori dalla società. Inoltre diceva chiaramente che la vicenda Basaglia, e più specificatamente la legge 180, era completamente fallita. Io questa storia la seguo da più di 50 anni. Tutto cominciò alla fine degli anni Cinquanta, io ero a Padova, accanto a Basaglia, e avevo iniziato ad abbattere muri quando lui era ancora in biblioteca a studiare Binswanger; era un cultore della Daseinanalyse di Binswanger. Io non riesco a riconoscere niente di originale a Basaglia, nel senso che lui non è che l’esecutore – e forse anch’io – di qualche cosa che si è mosso alla fine degli anni Cinquanta. Iniziò tutto un movimento di rivolta che portò a tante “rivolte”: quella del ‘62, del ‘64, la rivoluzione culturale, i collegi di Berkeley in America fino al fragore del ‘68. Io facevo la prassi quando lui ancora non aveva visto un paziente. Per questo lo mandarono a Gorizia. Io ero lì, avevo lasciato Venezia dove avevo slegato i malati, erano già tre anni che lavoravo e a Padova buttavo giù i muri e liberavo i malati. Come lui, prima di lui. Ma la domanda è: perché iniziò tutto questo movimento di rivolta che prese varie forme? Una certa risposta è il ‘56, la destalinizzazione, come se non la coscienza ma l’inconscio avesse capito che quella era la fine, il fallimento del comunismo, che sarebbe diventata reale, manifesta, trent’anni dopo. Basaglia fece una prassi di comportamento: da puro marxista, la teoria, le idee non c’entrano, non ci sono. Sono false. Dopo il ‘56, dopo la caduta del comunismo, venne fuori questo irrazionale e Basaglia, come oggi Galimberti, sostenne che bisognava lasciar libero, accettare nella società non l’irrazionale artistico, la fantasia, ma l’irrazionale pazzo. E Galimberti lo dice esplicitamente: quando si va a dormire si diventa pazzi, perché fuori della ragione c’è soltanto la pazzia. L’irrazionale è pazzia, è malattia.

Si fa confusione tra follia e irrazionale?

Esatto. Che la pazzia sia naturale è una vecchia credenza che deriva dall’alleanza tra la Bibbia che ha l’idea del peccato originale e il logos occidentale nel quale tutto ciò che non è razionale è animalità, mancata realizzazione umana. Lì invece quello che era necessario fare era andare a capire. Basaglia sosteneva che lo psichiatra tradizionale non capiva nulla e questo è vero. È vero che non capivano niente però questa non è una buona ragione per cancellare dal vocabolario e dalla prassi la parola psichiatria. Pensò al “non c’è niente da fare”; si tratta solo di fare assistenza e di ridare libertà, civilizzazione, questa soggettività civile al malato, senza assolutamente occuparsi della malattia. Per l’ideologia che l’essere umano è “naturalmente” pazzo.

Dunque, la premessa che “nei lager non è possibile alcuna terapia” è pienamente condivisibile ma da qui a eliminare la malattia è altra cosa.

Non solo la malattia ma anche l’identità psichiatrica e la ricerca. Almeno si faccia una ricerca sulla possibilità di cura. Eliminare il medico, la persona che pensa e studia, per fare una prassi di liberazione in cui i malati non sono malati ma “normali carcerati” è grave e inaccettabile. In realtà i malati sono schiavi e prigionieri non tanto delle mura ma della loro malattia mentale. E quindi questa va affrontata e non annullata totalmente. Anche Jervis si separò da Basaglia perché rifiutò quest’annullamento. Sicuramente la rivoluzione contro questi veri e propri “manicomi lager” era giusta, io però oltre a farla e a portare a spasso i pazienti sono andato da Binswanger a vedere cosa diceva e faceva. E sapete qual è il problema? Che Binswanger è un allievo di Heidegger e c’è tutta una letteratura recente, anche l’ultimo Volpi, che sostiene che il filosofo avesse un pensiero nazista. Era un cattolicissimo fondamentalista dal pensiero nazista. E Binswanger dice che la malattia mentale non esiste. È un modo di essere, è una follia, è un dasein, è un destino. Si nasce in quel modo. Quindi non si sono neanche posti il problema di distinguere le cerebropatie, cioè la malattia organica che ovviamente psichicamente è incurabile, dalla malattia mentale vera e propria. Hanno annullato malamente la ricerca, seppur grossolana, dei vari Crepelin, Esquirol, e Bleuler, che aveva distinto la demenza precoce dalla schizofrenia.

Distruzione dell’identità psichiatrica nel nome di uno slogan tristemente celebre di Basaglia “sapere è potere”. Il sapere del medico viene ridotto a “potere” da combattere.

L’inganno è nell’idea del vecchio paleocomunismo per cui la teoria, il pensiero, a partire da Marx, non servivano a niente. Erano chiacchiere vuote da abolire, quello che conta è la prassi senza nessuna idea. Niente sapere perché il sapere era legato all’aristocrazia. Il popolo, specialmente nell’800, nella stragrande maggioranza era ignorante. È la negazione totale della realtà mentale dell’uomo. Esiste solo la realtà materiale, verificabile con i cinque sensi. È il positivismo più bieco che è stato ripreso anche dal ‘68. E io estenderei il discorso: hanno cercato di abbattere l’identità umana, perché se togli all’uomo il pensiero, l’uomo è animale. In questo senso sono legati al cristianesimo/cattolicesimo per cui è realtà tutto ciò che è biologico e materiale, tutto ciò che non è materiale è anima. Non è umano. Mentre io penso che l’uomo sia fusione di corpo e psiche.

Mi scusi, allora perché la Sinistra beatifica Basaglia e taccia di fascismo chiunque lo critichi?

Non lo so. Basaglia certo non era un santo. Parlando con Jervis o con i suoi allievi ti raccontavano che era un dittatore, altro che san Francesco. Io devo dire, non so cosa trovò Basaglia a Gorizia, a Padova non c’erano sevizie da parte degli infermieri e neanche le camicie di forza, sicuramente c’era l’elettroshok. E mi sono sempre chiesto perché quando io ho fatto le assemblee a villa Massimo o la comunità con assemblee in Svizzera con Binswanger tutti mi hanno dato addosso. L’ipotesi è che io avevo una teoria, Basaglia no. La sua è una prassi più o meno di assistenza, comunista. Una prassi fusa a questa mostruosità del comunismo cristiano, per cui quello che conta è sollevare l’essere umano dalle pene ma fare una ricerca sulla realtà umana no. Mai. L’irrazionale, per loro, è solo pazzia.

Lei teorizza un irrazionale “sano”. Loro il contrario.

Sì, loro non ci pensano nemmeno. Nonostante Galimberti conosca tutta la mia storia e la mia teoria. La lotta diventa quella contro lo psichiatra e Galimberti lo sostiene da tempo: chi deve fare la psicoterapia non è il medico ma il filosofo. Dice che il medico è solo organicista. Allora torna la domanda: perché la sinistra ripropone Basaglia? Per derivazione marxista, forse perché ancora pensa che la rivolta al comunismo staliniano sia il ’68. Mentre in quel caso c’era l’uguaglianza senza la libertà, Basaglia e il ‘68 hanno voluto fare la libertà senza l’uguaglianza. Però la libertà ha fatto venire fuori quello che c’era di patologico nell’inconscio e si è presentata come anaffettività. Credo che le conseguenze di ciò siano molto gravi. Due gli aspetti più conclamati: il tormento, lo stillicidio delle notizie quotidiane del ragazzo di 16 anni che, giocando al computer, si alza prende un coltello e taglia la gola al padre o del bravo padre di famiglia che va in cucina e ammazza due bambini e moglie. Tutti i giorni, però, dicono che la malattia mentale non esiste. Nella psichiatria l’unica cosa che resta è il disturbo bipolare, tutta quella nosografia assolutamente necessaria per fare la cura non c’è più. Mentre lo psichiatra deve fare questo: distinguere la “follia”, le stranezze, un comportamento anticonformista “un po’ pazzerello” dalla malattia. In questo senso Basaglia è stato un agente della cultura che ha fatto una rivolta contro la dittatura staliniana finendo in un libertarismo che non ha più distinto la sanità dalla malattia.

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Lo psichiatra bifronte

Abdicando alla sua formazione medica, Basaglia si fece “pensatore”. In un cortocircuito da Sartre a Heidegger di Simona Maggiorelli

Il direttore della clinica universitaria di Padova lo accusava di fare della filosofia. Invece di dedicarsi alla psichiatria, come suo dovere. Lo ricorda anche la fiction C’era una volta la città dei matti. E forse non è solo un aneddoto marginale. Di fatto per Basaglia la filosofia non fu solo una passione passeggera ma un interesse che diventò addirittura preponderante rispetto alla sua formazione di medico. Negli anni giovanili e poi dalla metà degli anni Cinquanta a interessare l’autore de L’istituzione negata furono soprattutto la fenomenologia e l’esistenzialismo. In particolare quello di Sarte con cui strinse un sodalizio documentato negli Scritti (Einaudi). Dall’autore de L’essere e il nulla Basaglia mutuò un’idea di libertà come valore assoluto, incurante del fatto che liberare i matti dall’istituzione manicomiale non significava di per sé liberarli dalla malattia e dal dolore psichico. Questi elementi di fondo della prassi basagliana, come è noto, maturarono anche in rapporto con Foucault che nel ’61 pubblicò la sua Storia della follia. In sintonia con la critica antistituzionale del pensatore francese (che non era medico) Basaglia attaccava il paradigma medico in quanto «paradigma di potere» e rifiutava «le etichette» di sanità e patologia «perché rinserrano vincoli e divieti di potere». D’accordo con la rivolta antiscientifica di Foucault e poi del ’68, riteneva che la diagnosi fosse uno stigma e non uno strumento medico e dinamico per individuare la cura. «Per questo ce l’aveva con chiunque facesse un discorso nosografico» ricordava Pier Aldo Rovatti nel 2008 in occasione di un convegno sui rapporti di Basaglia con la filosofia del Novecento.

Sartre, Merleau Ponty, Husserl, ma anche Goffman per la critica sociologica all’istituzione psichiatrica contenuta in Asylum, e poi curiosamente Jaspers che parla di delirio come fatto di natura e della sua assoluta incomprensibilità. Ma più ampiamente Heidegger a cui Basaglia era arrivato attraverso la lettura Binswanger. I riferimenti dello psichiatra veneziano erano piuttosto eterocliti, quando non apertamente contraddittori. Emblematico appare in questo senso Ansia e malafede (1964) in cui Basaglia parla della crisi della psichiatria e della sua «incapacità di affrontare l’enigma che sta alla sua base: la soggettività umana». «Per questo – scriveva – psicologia e psichiatria vanno alla ricerca del loro significato nella filosofia, la sola in grado di far comprendere alla radice l’uomo, il problema del senso e del non senso della sua esistenza, il suo modo di costruire il suo Dasein, la sua possibilità di essere autentico o meno, di scegliere o meno». Basaglia sposa qui e altrove il pericoloso gergo dell’autenticità di marca heideggeriana e nazista. E con il filosofo che accettò il rettorato offertogli da Hitler nel ’33 pronunciando un funesto discorso, Basaglia discetta di «condizione umana originaria di inautenticità e di angoscia».

Per lui la psicosi sarebbe «un Dasein mancato» e la nevrosi il risultato di una «non scelta». Abdicando alla sua formazione psichiatrica, la malattia mentale diventa per lui una condizione esistenziale di tutti. Alla clinica e alla ricerca dell’eziopatogenesi della malattia mentale Basaglia ha sostituito l’idea cristiana e immutabile di peccato. Sordo alle riflessioni di alcuni psichiatri di ispirazione fenomenologica sui pericoli insiti nel trasporre tout court concetti filosofici in psichiatria, Basaglia ribadisce ancora una volta che psicologia e psichiatria «ritrovano il loro senso nella filosofia». «L’impiego di queste discipline per lui – scrivono Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio in Franco Basaglia (Bruno Mondadori) – non può essere ristretto alla definizione di una diagnosi e di una terapia, ma deve consentire un’analisi delle problematiche esistenziali dell’uomo». Con tutta evidenza non gli interessa un discorso di cura della pazzia. Basaglia «cerca un metodo filosofico per prendere posizione politica, non solo per un’indagine sull’uomo. Cerca una filosofia di supporto alla sua azione di rovesciamento pratico del manicomio».

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Sbatti il mito in prima pagina

Fin dai tempi di Gorizia un gran clamore mediatico attorno allo psichiatra veneziano. Ma i giornali si fermano ai fatti, non indagando il retroterra teorico di Donatella Coccoli

Lo sguardo che manca”, il titolo in prima pagina de l’Unità martedì 9 febbraio accanto alla grande foto di Franco Basaglia, è significativo. Dedicare la copertina del quotidiano alla fiction televisiva C’era una volta la città dei matti, è un esempio del consenso mediatico che ha circondato e circonda tuttora Franco Basaglia. Se lo psichiatra veneziano è diventato un mito intoccabile, il merito è anche del mondo dell’informazione. Sempre sfogliando le pagine recenti dei quotidiani, scopriamo che il manifesto venne coinvolto direttamente in iniziative antimanicomiali attraverso corsi di scrittura per i malati e il quindicinale Nautilus, per i centri di salute mentale. Leggiamo anche che Ida Dominijanni si lancia in ardite similitudini tra i folli di Gorizia e i migranti rinchiusi nei Cie, lo stesso filo che segue anche il direttore de l’Unità Concita De Gregorio accomunando il destino dei matti di allora con i neri di Rosarno e i bambini stranieri di oggi. La Repubblica invece, affida il compito di parlare di Basaglia al filosofo Umberto Galimberti, il quale, senza nessuna novità, sposa in toto il pensiero sulla “follia dentro di noi”. Meno esaltati invece i commenti del Corriere della Sera, attraverso il cultore del Prozac Giovan Battista Cassano da anni presente nelle pagine del quotidiano milanese, la cui giornalista Serena Zoli, d’altro canto, scrisse assieme a lui il libro E liberaci dal male oscuro. Da destra, infine, Marcello Veneziani su Il Giornale ricorda un anticipatore di Basaglia, lo sconosciuto don Pasquale Uva, evidenziando, nel tipo di assistenza ai malati psichici, il continuum tra il prete meridionale degli anni Cinquanta e l’opera di Basaglia. Andando a ritroso, singolare è stata la celebrazione dei trent’anni della legge 180. Due anni fa sui giornali non si trovò traccia del nome del relatore del provvedimento, il democristiano Bruno Orsini. Soltanto Giovanni Jervis (che a fine 2008 avrebbe pubblicato il libro scritto con Gilberto Corbellini La razionalità negata, molto critico nei confronti di Basaglia e dell’antipisichiatria), lo nominò in una trasmissione di Radio Tre. E soltanto left, a onor del vero, pubblicò un’intervista allo stesso Orsini, cercando di fare luce sulle origini della legge che poi, pare a opera di Indro Montanelli, venne attribuita a Basaglia, dando il via alla vulgata. Che ci fosse allora tutto un movimento internazionale antistituzionale, che altri psichiatri in Italia avessero fatto singole esperienze di abbattimento dei muri, che la legge Mariotti del ’68 andasse in questa direzione, ai media non interessa. Non parliamo poi di analizzare, dati alla mano, se il “modello Trieste” funzioni veramente nella frammentata realtà delle regioni italiane. La costruzione dell’immagine pubblica di Basaglia, tuttavia, parte da lontano. è lo stesso psichiatra che stabilisce un rapporto stretto con i giornalisti, come racconta Nico Pitrelli nel saggio L’uomo che restituì la parola ai matti, edito da l’Unità. Il primo a entrare (ricordato anche nella fiction) nella primavera del ’67 al manicomio di Gorizia fu Sergio Zavoli che vi girò I giardini di Abele, un documentario che sconvolse l’Italietta del boom. Un anno dopo, nel giugno ’68, l’inchiesta intitolata “Il mondo degli esclusi” nella rivista Rocca della Pro civitate christiana presenta un Basaglia convinto nell’analogia tra malati mentali e «altre frange che la società si scrolla di dosso: le donne, i bambini deficienti, i subnormali, i carcerati, i vecchi», come viene riportato in un saggio della rivista Il sogno della farfalla (n. 3, 2008). Basaglia teorizza l’importanza della comunicazione. Il risultato è che, a Gorizia prima e a Trieste dopo, si verifica una processione di giornalisti e di cameraman e anche di grandi fotografi, come Uliano Lucas, Carla Cerati e Gianni Berengo Gardini (che realizzarono il libro Morire di classe). Nel ’75 il film Matti da slegare di Agosti, Bellocchio, Rulli e Petraglia, consacrò al cinema la vita dei derelitti. Oggi, a distanza di tanti decenni, è certo che i mass media hanno raccontato le esperienze goriziana e triestina fermandosi al racconto del fatto, la chiusura, giustissima, dei manicomi, magari esaltando episodi simbolici come la costruzione di Marco Cavallo. Ma hanno trascurato, ancora una volta, di parlare della ricerca tout court in psichiatria, sia durante che dopo Basaglia. E questo è un altro problema, che riguarda la deontologia professionale di tutta l’informazione italiana, scientifica e non.

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Cenerentola della sanità

Per la salute mentale, l’Italia spende la metà dei Paesi europei. E anche i posti letto sono il 50 per cento. Le famiglie: «Servono controlli sull’uso dei farmaci e sulle cliniche private, troppo spesso dei manicomi» di Sofia Basso

Pochi finanziamenti e strutture insufficienti. La salute mentale è la Cenerentola della sanità italiana. Se in Europa e nei Paesi ad alto reddito si dedica l’8-9 per cento della spesa sanitaria per i malati psichici, in Italia la media è molto più bassa. Il ministero della Salute non fornisce dati economici dettagliati ma i dati regionali che left ha raccolto indicano che spendiamo circa la metà dei nostri vicini. Per la salute mentale, infatti, la Lombardia nel 2008 ha sborsato 735 milioni di euro, pari al 4,6 per cento dell’intero bilancio sanitario. La Toscana ha speso 240 milioni, pari al 4 per cento del totale. Malgrado le stime indichino che in Occidente i disturbi neuropsichiatrici siano in forte crescita, il Belpaese è a metà del guado anche per quanto riguarda le strutture: in Italia i posti letto psichiatrici sono 4,63 per ogni 10mila abitanti contro l’8 dell’Europa e l’8,9 dei Paesi ad alto reddito (Oms, 2006). Nel suo rapporto, l’Organizzazione mondiale della sanità notava anche che solo il 20 per cento delle strutture si trova nel Meridione e che più del 50 per cento dei posti letto per le crisi acute di breve periodo è privato (le lungodegenze, invece, avvengono in residenze non ospedaliere). Come questi dati si ripercuotano sulla vita dei malati lo racconta Gisella Trincas, presidente dell’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale (Unasam): «La situazione è abbastanza differenziata, non solo regione per regione ma anche all’interno delle stesse aziende sanitarie. Ci sono servizi di qualità e servizi organizzati pessimamente. Dipende dai piani sulla salute mentale ma anche dall’attuazione che ne viene fatta e dalle risorse in campo». L’aspetto più critico per Trincas, che da 40 anni vive il dramma della malattia mentale in famiglia, sono le pratiche ospedaliere: «I servizi di diagnosi e cura continuano a portare avanti pratiche inaccettabili: contenzione, porte chiuse e intervento principalmente farmacologico. Eppure alcuni centri dimostrano di saper lavorare senza ledere la libertà e la dignità delle persone. Come è possibile a Trieste, dovrebbe essere possibile dappertutto». Le tante associazioni di familiari sul territorio chiedono percorsi di cura individualizzati: «Servono istituzioni regionali che vogliano dare risposte e operatori che portino avanti percorsi di cura corretti, centrati sulle persone e sui loro bisogni, che possono essere di tipo residenziale, lavorativo, affettivo o di reinserimento sociale. Insomma, tutto ciò che serve perché una persona possa avere la speranza di stare meglio». Tra gli esempi di eccellenza, Trincas cita il Friuli Venezia Giulia, la Toscana, l’Emilia Romagna ma anche la Sicilia: «Non c’è una distinzione netta Nord-Sud. Anche perché il punto non sono i posti letto ma la qualità dell’intervento e delle cure». Difficile quindi generalizzare, anche perché i percorsi cambiano con le maggioranze regionali: «In Sardegna durante il governo Soru la cura mentale era una priorità, con la messa in campo di risorse finanziarie, l’apertura di nuovi centri e il miglioramento di quelli esistenti. Poi è arrivata un’altra amministrazione e tutto è stato rimesso in discussione». In particolare Trincas chiede più vigilanza: «Ci sono tante cliniche private che sono dei manicomi. Nessuno le controlla. Roma ne è piena. L’Italia ne è piena. Noi siamo contrari a finanziare le cliniche: non servono, le risorse devono andare ai dipartimenti mentali. Bisogna aprire le residenze, gestite da Asl o dalle cooperative sociali. Anche il personale è assolutamente insufficiente: nei servizi territoriali si trovano prevalentemente medici e infermieri mentre servono rieducatori». La stessa attenzione le associazioni dei familiari la chiedono sui farmaci: «In molti servizi territoriali l’intervento è quasi esclusivamente di tipo farmacologico. Occorre un comitato che vigili sulle medicine. Purtroppo molte persone sono state rovinate dal loro uso maldestro. In molti casi, vengono somministrati anche più neurolettici alla stessa persona». Poi c’è il capitolo ospedali giudiziari: «È un’altra nota dolente: vanno chiusi. Non si può stare sia in manicomio che in galera contemporaneamente. Purtroppo finiscono là perché il territorio non è stato capace di intervenire per tempo o di dar loro alternative». Quello che non può essere tollerato, secondo la presidente dell’Unasam, è che «le persone più povere siano le più esposte: i servizi devono essere garantiti a tutti». Come ce l’hanno fatta i suoi familiari, che si sono ricostruiti una «vita di normalità» in piccole residenze in Sardegna, Trincas auspica che ce la facciano anche tutti gli altri: «Tante famiglie sono riuscite a migliorare le condizioni di vita dei malati. Si tratta di pretendere quello che deve essere dato: come chi soffre di disturbi cardiaci ha diritto alle migliori cure possibili, nella stessa misura una persona che vive un’esperienza di sofferenza mentale ha il diritto di ricevere tutto ciò di cui ha bisogno». Trincas è entusiasta della fiction su Basaglia: «Un ottimo film, uno strumento importante per far conoscere la situazione. La 180 è una legge quadro di grande civiltà che ha fatto il suo dovere: chiudere i manicomi. Se qualcosa non funziona, la responsabilità è delle Regioni, non della legge».

left 6/2010

Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con numerosi periodici, tra cui “Left”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica” la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Sul web scrive per “MicroMega” e “Globalist”, la prima syndication italiana di giornalisti professionisti, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica“Babylon Post”, è condirettore di “Cronache Laiche”. Cura da anni un blog, “Chiesa e pedofilia”, in cui sono raccolte notizie, inchieste e approfondimenti sui crimini pedofili nel clero cattolico. Con L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato nel 2010 Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, nel 2014 Chiesa e pedofilia, il caso italiano e nel 2015 Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos.

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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