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Abbacchio ergo sum

Dal miracolo delle cellule staminali adulte al feto che sogna. Storie di ordinaria disinformazione mediatica di Federico Tulli

“Adulte 58, embrionali 0: tra staminali non c’è partita”. Il 24 maggio 2005, in piena campagna referendaria per l’abrogazione della legge 40, l’Avvenire spara questo titolo a tutta pagina. Per poi recitare nel catenaccio: «I dati scientifici non lasciano dubbi: per curare l’uomo le cellule staminali adulte funzionano, quelle ricavate sacrificando embrioni umani devono ancora dimostrare tutta la loro pretesa efficacia. Perché i referendari non lo dicono?». La risposta, allora come oggi, è la stessa: perché è falso. L’efficacia delle cellule staminali embrionali nella cura di gravi patologie deve, sì, essere ancora dimostrata. Le staminali adulte sono, sì, impiegate nel trattamento di patologie. Ma non è vero che era possibile curare con le adulte ben 58 malattie gravi che invece il quotidiano dei vescovi in quella pagina elencava in una tabella molto accattivante. La realtà è che la ricerca sulle staminali, pur essendo riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale come la più promettente, è nella maggior parte dei casi in fase di sperimentazione su animali. E finora le sole patologie trattate con successo sull’uomo col trapianto di cellule sono varie malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Per molte altre si è ancora in fase di sperimentazione preclinica, come ha ricordato di recente Elena Cattaneo, direttrice del Centro di ricerca su cellule staminali della Statale di Milano. Parziali verità in mezzo a colossali bugie che, nel caso della legge 40, portate su larga scala mediatica (la stampa vaticana non condusse la battaglia da sola), causarono il fallimento del referendum. Ma portarono “fortuna” ai personaggi senza scrupoli che in tutto il mondo hanno cominciato a lucrare sulla promessa di “miracolose” guarigioni per ogni sorta di malattia genetica mediante l’uso di staminali adulte. Oggi questa sciagurata legge è stata quasi completamente smantellata nei tribunali e dalla Corte costituzionale. E non esiste trapianto che possa (per fortuna) rianimarla. Il gioco delle tre carte con i termini medico-scientifici usato dai media per colpire (ma più spesso per condizionare) la “fantasia” del lettore non è purtroppo esclusivo della stampa vaticana. Nei giorni in cui è ripartito il dibattito alla commissione Affari sociali della Camera sul ddl “Testamento biologico” e dell’anniversario della morte di Eluana Englaro, ha fatto scalpore uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine: in pazienti diagnosticati in stato vegetativo permanente, tecniche sofisticate hanno rilevato risposte a stimoli esterni che suggeriscono la persistenza di capacità cognitive. Così il 5 febbraio scorso hanno titolato i due principali quotidiani nazionali. Corriere della Sera: “Tracce di pensiero nello stato vegetativo. Una ricerca mostra la presenza di una minima attività cerebrale in persone entrate in coma dopo un trauma”; Repubblica: “Così il cervello comunica dal coma. Da 5 anni in stato vegetativo, ha risposto bene alle domande dei ricercatori”. Insomma, questo paziente era in coma o in stato vegetativo? Nessuna delle due: era sbagliata la diagnosi. Probabilmente era in stato di minima coscienza e la tecnica adottata dai ricercatori ha permesso di scoprirlo. Lo ipotizza sull’Unità il neurologo Carlo Albero Defanti: «Spero che grazie a queste nuove indagini si possano trarre in un prossimo futuro indicazioni utili per formulare una prognosi più attendibile». Intanto, però, c’è già chi ha cominciato a scrivere (manco a dirlo, sull’Avvenire) che gli stati vegetativi sono «persone vive», cioè capaci di pensare. A proposito di pensiero, c’è quello inconscio (i sogni) che sta creando più di un grattacapo a Repubblica. “Così si sogna nella pancia della mamma. Alcuni scienziati dell’università di Jena sono riusciti a fare un Eeg a un feto di pecora, registrando un’attività cerebrale che comprende cicli di sonno e fasi oniriche”, titolava un articolo del luglio 2009. Mentre pochi giorni fa (stessa firma): “Piccoli sogni crescono, assenti nei bimbi si formano con l’età. Scoperta in Usa: la vera attività onirica inizia a 5 anni”. Psichiatri e neonatologi, anche su queste pagine, hanno dimostrato che nell’uomo «la gravidanza è una fase di sviluppo e di maturazione biologica: solo alla nascita, dalla biologia prende forma la realtà psichica, il pensiero che è specificamente umano». Al quotidiano diretto da Ezio Mauro propendono, invece, per l’idea che un feto (per di più di pecora) abbia capacità di pensiero, mentre un bimbo, fino a 5 anni, ne è privo. Piatto preferito a Repubblica, costine di pupo alla scottadito?

left 6/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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