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Bioetica

Sulla pelle di Eluana Englaro

Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi

Federico Tulli

È il primo anniversario della morte biologica di Eluana Englaro, e Chiesa cattolica e governo “giocano” ancora sulla pelle della donna che rimase inchiodata per quasi 17 anni in stato vegetativo permanente a un letto d’ospedale, pur avendo espressamente dichiarato di non voler essere sottoposta ad accanimento terapeutico. Come otto diversi gradi di giudizio, Cassazione compresa, hanno accertato. Si pensava che fosse stato raggiunto il limite lo scorso anno quando il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, se ne uscì dicendo che anche in quelle condizioni Eluana poteva tranquillamente avere dei figli. Ma il rincorrersi delle dichiarazioni rese ieri per commemorare quanto accaduto il 9 febbraio dell’anno scorso in una clinica di Udine dimostra che in questo sciagurato momento storico del nostro Paese anche il semplice buon senso è agonizzante. E la giornata è volata via tra falsità scientifiche, ammiccamenti alle gerarchie vaticane, affermazioni prossime al delirio e baciapilismo spinto. Ad aprire le danze è stato Berlusconi con una lettera alle suore misericordine che per 14 anni hanno assistito Eluana. Nella missiva – dimenticandosi del diritto alla libertà di scelta di Eluana, nonché dell’articolo 32 della Costituzione – il premier esprime «il rammarico e il dolore per non aver potuto evitare la sua morte». Non una parola per i familiari della ragazza. Nemmeno le religiose hanno rinunciato all’attimo di celebrità mediatica. Ecco quanto affermato in un’intervista all’Avvenire dalla superiora, Albina Corti: «Che Eluana fosse viva era un’evidenza, e non solo perché respirava naturalmente, senza alcuna macchina. Non era totalmente inerte e assente: quando la si chiamava per nome reagiva con una quasi impercettibile agitazione (…). E la sua pelle, sembrava assaporare le carezze». Non è la prima volta che le misericordine dichiarano cose del genere. Neanche l’oggettività dei risultati autoptici della donna è sufficiente a ristabilire un briciolo di rapporto con la realtà. Solo pochi giorni fa l’avvocato Massimiliano Campeis, uno dei legali di Beppino Englaro ricordava come l’autopsia sul cervello di Eluana ha confermato «la diagnosi di irreversibilità totale del suo stato vegetativo e l’assoluta mancanza di coscienza». Tale situazione clinica si è protratta per 16 anni, e la comunità scientifica internazionale è concorde nel sostenere che passato un anno in uno stato di deconnessione della corteccia cerebrale dalle aree subcorticali, è impossibile percepire dolore. Un’eventuale sofferenza patita dalla donna dopo il distacco del sondino chirurgico che la idratava e alimentava artificialmente è dunque esclusa. Evidenze nei cui confronti ha sempre fatto orecchie da mercante il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi (il quale proprio ieri ha visitato le misericordine), sponsor dell’inserimento nella cosiddetta legge sul testamento biologico del comma che tramuta idratazione e alimentazione artificiale da atto medico in assistenziale. Giova sottolineare che la posizione del ministro è perfettamente sovrapponibile a quella del quotidiano dei vescovi del Vaticano. «È naturale e umano dar da mangiare e da bere a chi non può provvedere da solo – scrive nell’editoriale di ieri il direttore dell’Avvenire, Marco Tarquinio. Mentre, «innaturale e terribile – prosegue – è anche solo pensare di lasciare andare alla deriva una persona totalmente disabile». Mangiare, bere, disabilità. Tutte parole che ritroviamo nel famigerato disegno di legge in discussione alla commissione Affari sociali della Camera. Proprio ieri il senatore Pd, Ignazio Marino, ha rinnovato l’appello a una sostanziale modifica del testo sul sito http://www.appellotestamentobiologico.it. «Non permettiamo che venga dato il via libera a una legge contro la libertà di scegliere», scrive Marino esortando «donne e uomini laici» a esercitare un proprio diritto, aderendo all’appello e «promuovendo un’azione di pressione sulla Camera dei deputati». Destinatario della richiesta il presidente della Camera, Gianfranco Fini. È lui l’ultimo baluardo del centro destra in difesa della laicità dello Stato?

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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