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Vaticano

Il dilagare della pedofilia nel clero preoccupa Benedetto XVI

Dopo il Rapporto Murphy che a fine 2009 ha scosso le fondamenta della Chiesa d’Irlanda, il pontefice è tornato a condannare gli abusi su minori commessi da preti. Il monito di fronte ai membri del Pontificio consiglio per la famiglia di Federico Tulli

«La Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare i suoi membri che purtroppo, in diversi casi, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato i diritti dei minori». Con queste parole espresse ieri di fronte ai membri del Pontificio consiglio per la famiglia, Benedetto XVI ha nuovamente condannato le violenze pedofile commesse dai preti. Un pulpito importante e significativo, specie se considerato nell’ottica della Lettera alla Chiesa di Dublino che il papa pubblicherà in occasione dell’incontro con i vescovi irlandesi del 15 e 16 febbraio prossimi. Nel documento saranno indicate le misure che il Vaticano intende adottare dopo la pubblicazione del Rapporto Murphy. Reso noto a dicembre scorso, il Rapporto ha fornito le prove di decenni di violenze su bambini commesse in Irlanda da parte di esponenti del clero, e della connivenza dei vescovi (quattro di loro si sono già dimessi) responsabili di aver fatto passare sotto silenzio i crimini di cui erano venuti a conoscenza. In tutto sono circa 800, tra religiosi, sacerdoti e suore, le persone coinvolte, per oltre 30mila casi di violenza sessuale denunciati. Se saranno tutti condannati, il Vaticano dovrà pagare 1,1 miliardi di euro alle loro vittime. Il caso irlandese ricalca fedelmente quanto avvenuto a cavallo tra vecchio e nuovo millennio negli Stati Uniti. Qui, fino a oggi, sono circa cinquemila i sacerdoti denunciati per pedofilia. Mentre i risarcimenti già versati in seguito a condanne definitive ammontano a 2,6 miliardi di dollari. Tale somma ha portato sull’orlo della bancarotta la Chiesa d’Oltreoceano. Un’ulteriore analogia tra le due “crisi” la si può riscontrare nei duri toni di condanna usati dal papa prima del suo ultimo viaggio negli Stati Uniti. Durante il volo per Washington Benedetto XVI disse che la pedofilia è un peccato gravissimo incompatibile con il sacerdozio. In questo caso, però, dopo la sua denuncia scoppiarono aspre polemiche a causa dei ciceroni scelti per accompagnarlo nelle due tappe americane (della capitale e di New York): i cardinali Francis George e Edward Egan, due porporati che non si erano certo distinti per un’accanita lotta ai sacerdoti pedofili delle loro rispettive diocesi. Sotto la lente dei media Usa è finito anche il De delicti gravioribus, un documento del 2001, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, in cui la Congregazione per la dottrina della fede, nel “rimodulare” il Crimen sollicitationis del 16 marzo 1962, ribadiva che le cause relative ai «delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale» (tra cui gli abusi su minori) «sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi locale accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Pochi mesi dopo, divenuto capo di Stato, Benedetto XVI avanzò domanda formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. La richiesta fu accolta da George W. Bush a settembre dello stesso anno. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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