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Salute

Silvio Viale: Ru486, sul ricovero decidono i medici non la politica

Parla il ginecologo del Sant’Anna di Torino, “padre” italiano della sperimentazione del farmaco abortivo: «Ben vengano nuove linee guida ma siamo noi che applichiamo la legge ad avere l’interesse primario della salute della donna» di Federico Tulli

Una storia infinita. Da decenni è usata in tutto il mondo, dal 2004 è considerata farmaco essenziale dall’Organizzazione mondiale della sanità ed è indicata come il più efficace strumento farmacologico per l’interruzione volontaria di  gravidanza da tutti i più importanti istituti medici internazionali, ma cosa non fa il governo Berlusconi pur di  interferire sull’uso della pillola abortiva Ru486 negli ospedali italiani. L’ultima in ordine di tempo è l’annuncio dell’emanazione di «ulteriori linee guida» per introdurre l’obbligatorietà del ricovero per le donne che decidono di abortire con la Mifegyne. Un’intenzione che è in primo luogo un’entrata a gamba tesa contro l’identità medica e di riflesso, quindi, sulla salute delle pazienti, come osserva Silvio Viale, ginecologo al Sant’Anna di Torino, e primo sperimentatore in Italia del medicinale “inquisito”: «Vanno bene i suggerimenti, le linee guida, i consigli le circolari, ma siamo noi medici che applichiamo la legge ad avere l’interesse primario a tutelare la salute delle donne. E questo per loro vuol dire accesso alle cure e garanzia di sicurezza. Quindi, se è necessario il ricovero, siamo noi per primi a “costringere” la donna che ha deciso per l’interruzione volontaria con via farmacologica a rimanere in ospedale». «Il governo – aveva detto giovedì scorso il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi – ritiene che l’aborto farmacologico debba svolgersi in condizioni di ricovero ospedaliero per essere coerente con la legge 194 e per la salute della donna». «Se qualcuno che non è medico – osserva Viale – dice a me medico che una paziente ha l’obbligo di restare sotto ricovero, costui deve avere il coraggio di dire che se le donne decidono di firmare e tornare a casa saranno denunciate come succedeva prima della 194». C’è poi un’altra questione che al ginecologo preme evidenziare: «Il fatto che si parli sempre di coerenza con la legge e non di rispetto della legge è alquanto sospetto. Evidentemente si vuole interpretare in modo restrittivo la 194 che però all’ultimo rigo dell’articolo 8 è chiarissima visto che dice “se necessario il  ricovero”. Se poi – aggiunge Viale – a parlare non è il ministro della Salute, ma quello del Welfare, si deve prendere atto che Ferruccio Fazio è stato messo sotto tutela e che Sacconi in qualche modo è il portavoce della sua sottosegretaria Eugenia Roccella. Resta il fatto che in questo Paese vale ancora la libertà terapeutica in scienza e coscienza nel rispetto della legge. Mi fa specie che lo schieramento politico che ha sostenuto e fatto diventare una questione politica la terapia Di Bella in nome della libertà terapeutica oggi voglia porre freni e vincoli all’attività medica svolta secondo le norme in vigore». Pochi giorni fa in Francia, dove la Ru486 è utilizzata dal 1988, i dati del rapporto dell’Ispettorato generale degli affari sociali hanno evidenziato che l’aborto farmacologico è oramai praticato nel 43 per cento delle interruzioni volontarie di gravidanza. La civiltà a pochi chilometri dal nostro Paese. Sembra distante anni luce. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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