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Società

Padri (ir)responsabili

I genitori dei ragazzi violentatori di una ragazzina di 12 anni sono stati condannati a pagare 450mila euro alla vittima. Il giudice del Tribunale civile di Milano: colpevoli di non aver educato ai sentimenti e alle emozioni di Federico Tulli

«Una sentenza lungimirante, intelligente e profonda». Così la neonatologa e psicoterapeuta dell’Università di Siena, Maria Gabriella Gatti, commenta l’atto con cui il tribunale civile di Milano ha condannato i genitori di adolescenti che hanno ripetutamente violentato una ragazzina di 12 anni, al pagamento di 450mila euro alla vittima.
Nella sentenza, il giudice della decima sezione civile, Bianca La Monica, ha accusato i genitori di non aver dato loro «l’educazione dei sentimenti e delle emozioni che consente di entrare in relazione non solo corporea con l’altro», e di non aver posto la necessaria attenzione affinché «il processo di crescita avvenisse nel segno del rispetto dei sentimenti, dei desideri e del corpo dell’altra/o».
Nel corso del processo i genitori avevano tentato di smarcarsi dalle responsabilità evidenziando «il rispetto dell’orario di rientro a casa, i buoni o sufficienti risultati scolastici, l’educazione nel rispetto delle persone e dei valori cristiani propri della cultura occidentale, l’avvenuta frequentazione delle lezioni di educazione sessuale a scuola, il fatto che prima di questi fatti alcuni dei ragazzi non avessero dimostrato particolare interesse verso il genere femminile». «A fronte di queste parole ancor di più la sentenza è corretta», prosegue la Gatti che fa psicoterapia di gruppo per adolescenti. «I genitori hanno risposto mettendo ancor più in risalto la propria carenza. L’essere affettivamente adeguati non dipende certo dall’andare bene a scuola o dall’essere presenti in chiesa tutte le domeniche.
È questo che non hanno compreso quegli adulti. I quali non si sono posti il problema di come i loro ragazzi si comportano affettivamente nei rapporti, di come annullano la realtà psichica altrui. E in un’età come l’adolescenza questo dovrebbe essere fondamentale». Una dinamica educativa che a sua volta nega completamente la realtà umana, psichica, dell’“altro” e che si ripercuote nel rapporto di questi ragazzi con la donna, che per loro non è più un essere umano perché ne considerano solo la realtà fisica. Che non ci sia assolutamente traccia di educazione affettiva da parte dei genitori condannati è dimostrato dalle stesse parole dei figli, che all’epoca della violenza avevano 23 anni più della vittima, così commentate nella sentenza.
Si parla infatti di un racconto dei fatti «asettico, con parole non espressive di emotività, usando per la ragazza espressioni che evidenziano come nessuna considerazione vi fosse per la persona. Però gli stessi ragazzi, una volta sollecitati a riflettere sull’impatto della loro condotta sulla coetanea, hanno mostrato barlumi di consapevolezza e di empatia, mettendo in gioco anche qualche emozione, a conferma dell’importanza di un’educazione anche dei sentimenti». Il giudice ha poi tenuto a ribadire che i ripetuti e prolungati abusi commessi «sono tali da rendere palese che, se messaggi educativi vi sono stati, non sono stati adeguati o non sono stati assimilati, sicché deve ritenersi che da parte dei genitori non sia stata prestata dovuta attenzione all’avvenuta assimilazione da parte dei figli dei valori trasmessi». «Alla luce di questo – osserva la psicoterapeuta – si può dire che la sentenza di Milano sia andata oltre quello che è un pensiero più che diffuso. Perché è andata al di là del senso comune che dice che i canoni sociali a cui bisogna rispondere sono quelli elencati dai genitori per autoassolversi. Valori cristiani, rispetto degli orari di rientro, risultati scolastici soddisfacenti, tutti canoni che in realtà sono privi di contenuto affettivo. Dietro a quelle risposte – conclude la Gatti – c’è una cultura sociale che nega completamente la realtà psichica dell’altro. Che non tiene conto della realtà umana di chi si ha di fronte». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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