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Ricerca scientifica

Neuropsichiatria in crisi d’identità

Atteso per il 2013 il Dsm V già fa discutere. Le prime bozze del nuovo Manuale dei disturbi mentali sotto la lente dei nostri esperti di Federico Tulli

«Nessuna idea di rapporto col paziente, nessun accenno alla psicopatologia. Una asettica classificazione dei sintomi che spinge gli psichiatri a fare diagnosi sulla base di statistiche e non per aver individuato la causa di malattia mentale». In parole povere, scarsa considerazione del concetto di cura, quindi l’idea di impossibilità di guarigione. La decennale fortuna, a livello mondiale, delle diverse edizioni del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (noto come Dsm) secondo il professor Paolo Fiori Nastro, psichiatra e docente all’università Sapienza di Roma, è per certi versi inspiegabile. Per altri versi, come vedremo, non lo è. Fatto sta che questa “fortuna” si è tradotta negli anni nella pubblicazione di quattro successive edizioni del Manuale. E l’ultima in ordine di tempo, il Dsm IV del 2000, si accinge ad andare in pensione. Ci troviamo infatti nel pieno delle grandi manovre per la stesura del Manuale numero cinque, la cui uscita è prevista per il 2013. Cosa spinge il gotha della neuropsichiatria a rifare il trucco a quello che ovunque viene definito la bibbia della psichiatria mondiale? «Fondamentalmente – spiega lo psichiatra dell’università di Siena, Francesco Fargnoli – con il Dsm V verrà aggiunta proprio la dimensione psicopatologica, perché il problema del Dsm IV, riconosciuto a livello mondiale, è che offre una classificazione troppo semplificata, banalizzata, dei sintomi. Per cui quando si vanno a fare delle diagnosi sul piano clinico ci sono delle grosse lacune. La mancanza di energia, mangiare poco e dormire poco sono classificati come sintomi della depressione, per esempio. Ma questa è una diagnosi priva di profondità, che comporta la perdita di quella capacità che ha la psicopatologia di comprendere il caso singolo. L’altro problema è che in questo modo si è sganciata completamente la sintomatologia dalla causa eziologica. Il nuovo volume nasce quindi con l’idea di recuperare tutta la psicopatologia che con il procedere del Dsm è stata abbandonata. Un’idea di per sé condivisibile – conclude Fargnoli -. Resta da vedere come sarà realizzata, perché i presupposti, come dicevamo, non sono dei migliori». Pubblicato per la prima volta nel 1952 per consentire al dipartimento della Difesa Usa di catalogare i sintomi di patologie mentali manifestati dai propri soldati, il Manuale è oggi un testo psichiatrico imposto praticamente ovunque nel mondo. Questo nonostante il dibattito sulla definizione dei confini delle diverse malattie si mantenga sempre incandescente. «La vera e propria svolta si è avuta negli anni 70 con il Dsm III – racconta Martina Brandizzi, ricercatrice al Sant’Andrea di Roma -. Americani e inglesi si resero conto, ad esempio, che ciò che gli uni chiamavano schizofrenia, veniva definito dagli altri disturbo bipolare». Pur parlando la stessa lingua, gli psichiatri delle due sponde dell’Atlantico non si capivano sul linguaggio medico, «per cui nacque l’idea di creare un manuale caratterizzato da una coerente “condivisibilità” diagnostica». Così oggi a Londra, come a New York, come a Roma o Parigi, la schizofrenia è classificata secondo sei criteri. Il problema, secondo Brandizzi, «è che statisticamente queste diagnosi non sono valide: non sono cioè specifiche e nemmeno sensibili. E ciò comporta la “creazione”, tra i pazienti, di tantissimi falsi positivi e altrettanti falsi negativi. Vale a dire, un gran numero di malati diagnosticati come schizofrenici senza esserlo, e altri non diagnosticati ma in realtà schizofrenici. Perché denotano stolidità o autismo, sintomi che non rientrano nei criteri diagnostici del Dsm». In tal senso sono significative le prese di posizione di alcuni degli stessi autori del Dsm IV. «Nel 2007 – racconta la ricercatrice – Nancy Andreasen, una neuroscienziata di livello mondiale, ha scritto un articolo sostenendo che il Manuale ha determinato la morte della fenomenologia. C’è poi Robert Spitzer, che quando dirigeva l’American psychiatric association (Apa) ha definito apertamente il testo “ateoretico e descrittivo (cioè senza teoria, in realtà sotto c’è un pensiero ideologico e cioè che la malattia mentale sia organica. In questo modo il rapporto interumano viene “scaricato” come non scientifico), perché evidenzia una serie di descrizioni di sintomi, senza menzionare le cause”. Cosa che Spitzer considerava positiva». Il Dsm si è poi dovuto difendere negli anni dalle accuse, spesso provate, di essere redatto su dettatura delle multinazionali farmaceutiche. È qui, secondo i più, che va ricercato il principale motivo di successo del Manuale. «Il terzo volume – sottolinea Martina Brandizzi – seguiva la corrente che voleva riportare la psichiatria al modello medico. L’intenzione degli autori era quella di formulare dei criteri diagnostici che, valutati statisticamente, permettessero di eseguire una corretta analisi dei trials clinici con i farmaci in produzione. Farmaci, va ribadito, che agiscono sul sintomo e non sulle cause, spesso sconosciute, della malattia. Ma noi oggi sappiamo che si può capire se un comportamento è patologico solo nel rapporto col paziente. Dunque non si può fare diagnosi solo sui sintomi manifesti, bisogna andare a vedere il pensiero, in particolare quello inconscio». Il problema è che, al contrario di quanto sarebbe ragionevole pensare, alcuni medicinali comparivano sul mercato prima delle malattie che avrebbero dovuto curare. «È famoso il caso della sindrome premestruale – ricorda Francesco Fargnoli -. Una patologia “inventata” dalle case farmaceutiche dopo la produzione di un certo farmaco e, come per miracolo, comparsa sul Dsm IV». Anche se gli addetti alla revisione del nuovo testo – le cui bozze saranno rese pubbliche (e commentabili) dal 10 febbraio 2010 sul sito dell’Apa, http://www.DSM5.org – giurano di voler lavorare all’insegna della massima trasparenza, pure per il Dsm V circolano già insistenti voci di conflitti di interessi con importanti aziende farmaceutiche. «Sembra proprio che le pressioni di cui non si sentiva il bisogno già con il Dsm IV – osserva il ricercatore dell’università di Siena – proseguano indisturbate anche oggi, nonostante le dichiarazioni di facciata». A conferma di ciò e di una polemica abbondantemente avviata c’è un articolo apparso di recente sul New Scientist in cui Peter Aldhous scrive: «Due famosi psichiatri, oggi in pensione, sostengono che il nuovo manuale allargherà a tal punto la definizione di malattia mentale da spingere i medici a prescrivere farmaci inutili e pericolosi a milioni di persone. I dirigenti dell’Apa, che pubblica il volume, sostengono invece che le critiche dei loro colleghi sono motivate da interessi personali». In tutto questo, chiediamo agli esperti, c’è qualcosa da salvare? «A voler proprio trovare un lato positivo – osserva Fargnoli – questo è nel confronto che si è sviluppato tra le scuole psichiatriche a livello mondiale. Da qui è scaturita la consapevolezza che la parte psicopatologica non poteva più essere ignorata». Fiori Nastro poi pone l’accento sulla definitiva uscita di scena, a livello scientifico, della psicoanalisi. Freud e i suoi seguaci sono del resto ignorati anche nelle versioni III e IV del Manuale. «Come ho avuto modo di notare in un recente convegno a Roma ma anche da un’intervista a Massimo Recalcati su Repubblica – approfondisce Fiori Nastro – queste persone pensano in modo avulso dalla realtà. Certo, si occupano dell’osservazione del fenomeno, ma è del tutto assente l’idea di calarsi nel contesto medico, di mettersi cioè in un’ottica terapeutica, dicendo: questo è il problema, vediamo come fare per risolverlo. Insomma, non è un caso che nella riflessione della psichiatria mondiale non ci sia più posto per questa “disciplina”. Perché il problema, oggi come oggi, è la prevenzione e la cura delle psicosi». left 4/2009

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

Discussione

Un pensiero su “Neuropsichiatria in crisi d’identità

  1. eh si……

    Pubblicato da Francesco fargnolem | 21 settembre 2013, 3:59 pm

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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