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Ricerca scientifica

Raggi gamma senza segreti

Risolto da un’equipe dell’Osservatorio di Cagliari il mistero che da trent’anni impegna l’astrofisica moderna di Federico Tulli

Pochi fondi, tanta passione. E soprattutto la consapevolezza di seguire le giuste intuizioni. Da questo magico mix un gruppo di ricerca italiano, diretto da Giovanni Fabrizio Bignami dell’Istituto universitario di studi superiori di Pavia, ha ricavato la soluzione di uno dei più longevi rebus dell’astrofisica delle “alte energie”, quello relativo all’origine di alcuni raggi gamma galattici, che resisteva da circa trent’anni. Secondo lo studio, pubblicato su Science a prima firma di Alberto Pellizzoni, dell’Istituto nazionale di astrofisica-Osservatorio astronomico di Cagliari, sarebbero infatti i venti di particelle ad alta velocità provenienti dalle pulsar la fonte di questi raggi particolarmente penetranti nella materia, in quanto fotoni, e prodotti dalla radioattività o da altri processi nucleari o subatomici che si verificano nello spazio. La scoperta – che come tutte quelle riguardanti la fisica degli astri non avrà immediate ripercussioni applicative, ma è seguita con attenzione da tutta la comunità scientifica e industriale non solo italiana – è stata resa possibile da un piccolo aggeggio a forma cubica di soli 50 centimetri di larghezza: il satellite Agile. «Grazie alle osservazioni della nebulosa Vela X – spiega Pellizzoni – siamo riusciti a dimostrare quanto teorizzato da tempo riguardo al possibile nesso tra nebulose associate alle pulsar e una misteriosa classe di sorgenti gamma finora non identificate». A favorire la soluzione dell’enigma è stata anzitutto la ragguardevole luminosità gamma concentrata nella nebulosa che circonda una delle pulsar più famose: la Vela pulsar. Questa pulsar (una stella composta di neutroni in misura venti volte maggiore dei protoni) è la sorgente gamma persistente più brillante del cielo, e la sua potente radiazione pulsata “acceca” per via dell’intensità un’ampia zona di cielo. «Analizzando il segnale pulsato radio e gamma con una tecnica di nostra ideazione – prosegue Pellizzoni – abbiamo “sottratto” dalle immagini del cielo gli eventi corrispondenti alle pulsazioni della Vela pulsar e “visto” quindi finalmente che cosa si cela nelle sue immediate vicinanze. Tale procedimento, che in fondo è una sorta di ultramoderno “uovo di Colombo”, ha permesso di rivelare per la prima volta una nebulosità gamma grande più o meno come la Luna, che circonda la regione della Vela pulsar». In pratica siamo di fronte alla Stele di Rosetta del Terzo millennio. La scoperta dell’equipe di Cagliari può infatti aprire la porta alla comprensione della composizione e accelerazione del “vento” di particelle emesso dalle pulsar. Questo vento è come se riempisse una “bolla” che poi si svuota man mano per la pressione esercitata dalle particelle. Le quali, quando raggiungono il confine della bolla, interagiscono con il gas interstellare che si trova all’esterno producendo raggi gamma. «Diverse sorgenti gamma non ancora identificate nella nostra Galassia con analoga luminosità e morfologia potrebbero essere anch’esse nebulose che circondano pulsar. Il segreto della loro identità, che si protrae da trent’anni, forse è stato svelato. Ne siamo praticamente certi – nota Pellizoni – ma naturalmente attendiamo riscontri da altri studi». C’è poi un ulteriore elemento che rende “unica” la scoperta. La carenza di finanziamenti e la scarsa valorizzazione di giovani ricercatori sono realtà purtroppo consolidate in Italia. Il caso di Cagliari va invece in controtendenza, grazie alla lungimiranza delle istituzioni regionali (ex gestione Soru) che hanno messo a disposizione i fondi necessari non solo al lavoro degli scienziati “residenti”. Il progetto Agile ha difatti richiamato in Sardegna anche diversi “cervelli locali” che avevano deciso di lavorare all’estero. «Poca spesa per lo Stato, grande motivazione delle risorse umane. Il risultato del nostro lavoro – conclude lo scienziato – dimostra che la meritocrazia paga».  left 2/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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