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Salute

Encefalogramma piatto per la legge 40

Dopo la sentenza di Salerno, resta ben poco da salvare della (sadica) norma sulla fecondazione assistita. Ma Eugenia Roccella invoca il diritto a nascere con malattie letali di Federico Tulli

Breve storia di una legge zombie.
Dopo la pesante bocciatura per parziale incostituzionalità comminata dalla Consulta a maggio 2009, anche dalla magistratura ordinaria giunge un positivo segnale per le coppie di pazienti che, nel ricorrere alla fecondazione assistita, si sono ritrovati imbrigliati negli assurdi (dal punto di vista medico) e antiscientifici veti che infarciscono la legge 40 sulla Procreazione medicalmente assistita. In tal senso, la sentenza emessa mercoledì scorso dal tribunale di Salerno che consentirà a una coppia di persone fertili – ma portatori di una malattia ereditaria – di avere un figlio sano, assesta una nuova picconata all’impianto della legge varata nel 2004. Speriamo sia quella definitiva, viste le innumerevoli quanto inutili sofferenze causate in sei anni di applicazione a chi per sua sciagura se l’è trovata tra i piedi. Peraltro, come prevedibile – almeno per chi è dotato di buon senso – tutti i nodi denunciati da chi la contestava sin dal dibattito (farsa) parlamentare, uno a uno, stanno venendo al pettine.
Nella scorsa primavera, la Corte costituzionale ha evidenziato come l’obbligo di impianto contemporaneo di tre embrioni violasse il diritto alla salute della donna. La questione era stata sollevata nel 2008 dalle ordinanze del Tar del Lazio e del Tribunale di Firenze. Sotto accusa gli articoli 6 e 14 che imponevano il divieto di revoca del consenso informato, il limite di impianto di tre embrioni e il divieto di congelarli. Poi, a marzo 2009, il Tribunale di Milano con due diverse ordinanze ha ampliato quanto affermato dai colleghi di Firenze e del Tar Lazio, stabilendo che le pratiche di Pma risultano lesive della salute della donna e soprattutto non sono conformi al principio di non invasività iscritto all’articolo 4 della legge 40. E ancora, risultano invasivi e lesivi dell’integrità della salute della donna l’obbligo di produrre solo tre embrioni e di trasferirli tutti insieme contemporaneamente, il divieto di crioconservazione degli embrioni, la costrizione imposta alle coppie affette o portatrici di gravi malattie genetiche di rinunciare a una gravidanza oppure di ricorrere poi all’aborto. Secondo il tribunale si tratta di norme troppo rigide che non tengono conto delle singole situazioni. Come dire che è il carattere generale di una legge a renderla inapplicabile nelle situazioni di cura. Dal momento che queste devono essere valutate caso per caso dall’unica persona autorizzata a farlo (tra l’altro per legge). E cioè, il medico.
Di violazione in violazione arriviamo all’oggi, quando il giudice di Salerno interviene in difesa del diritto alla salute del nascituro. I due partner che hanno vinto il ricorso, infatti, sono una coppia fertile ma portatori di una malattia che ha già fatto morire una figlia di 7 mesi e che li ha costretti a tre aborti. La legge 40 impedisce alle coppie fertili di accedere alle tecniche di Pma, ma il giudice Antonio Scarpa ha ammesso questa possibilità, per la prima volta. Non solo. Ha ammesso anche la diagnosi preimpianto (e quindi il trasferimento in utero di soli embrioni sani), che potrà essere richiesta dai due futuri genitori proprio per evitare che il nascituro si ammali di una patologia incompatibile con la vita. Come altro definire l’atrofia muscolare spinale di tipo 1 (Sma1) dal momento che causa la paralisi e atrofia di tutta la muscolatura scheletrica?
Di questo, e del fatto che la Sma1 costituisca la più comune causa genetica di decesso dei bambini nel primo anno di vita, con una atroce morte per asfissia, sembra non curarsi affatto la sottosegretaria alla Salute, Eugenia Roccella. «L’autorizzazione del tribunale di Salerno alla diagnosi genetica preimpianto per una coppia non sterile è una sentenza gravissima», ha ammonito la Roccella. «Così si introduce il principio che la disabilità è un criterio di discriminazione rispetto al diritto di nascere. Inoltre – ha concluso la zelante sottosegretaria – del diritto alla salute di chi stiamo parlando? Non di quello della madre, e di certo non di quello dei dieci o 20 embrioni che verranno eliminati a favore di quello selezionato. Con questo metodo i magistrati possono scavalcare o modificare nei fatti qualunque norma». Speriamo sia così, specie se di mezzo c’è la tutela della salute di un neonato. Quella che la sottosegretaria (alla Salute) ha evitato di menzionare. Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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