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Cultura

Yemen, il Paese sospeso tra Medio Evo e modernità

Curata da Maria Avino e Isabella Camera d’Afflitto, è un’antologia di racconti la prima opera letteraria yemenita tradotta in lingua italiana di Federico Tulli

Il palazzo del sultano di Wadi Dhar

Paese dei cinquemila vulcani, Via dell’incenso, Arabia felix, Regno della regina di Saba. Evoca fascino, ma anche mistero, e non solo tra gli appassionati di storia o archeologia, ciascuno dei molteplici modi con cui è stato definito l’attuale Yemen nel corso della sua “vita” millenaria. A cominciare dalla gigantesca diga di Marib costruita in pieno deserto oltre 2.500 anni fa, passando per ciò che resta dell’antica città fortificata di Baraqish, o ancora, sempre nella zona di Marib, per i templi della Luna e del Sole, ogni singola roccia su cui compaiono volti di donna incisi con scalpelli di pietra, testimonia il fatto di trovarsi in uno dei più antichi centri di civilizzazione al mondo. Non è un caso se con manifesto orgoglio gli abitanti di questo Paese tengano a ricordare di essere gli unici a parlare ancora l’arabo che fu usato per scrivere il Corano.

Quello stesso orgoglio con cui Omar B., un’istituzione tra gli operatori culturali del Paese, rivendica a Terra la «pacifica umanità» del popolo yemenita sottolineando che «in queste settimane, chi sta portando morte e distruzione sono solo pochi pazzi che vengono da fuori» (non è chiaro se il riferimento sia ai militanti di al Qaeda, oppure a Stati Uniti e Arabia Saudita, coautori di un bombardamento su un campo profughi dove era stata segnalata la presenza di terroristi, che ha causato la morte di decine di civili, in maggioranza donne e bambini). E ribadendo con malcelata ironia che «sui giornali occidentali come al solito s’ingigantisce in maniera isterica una situazione che tutto sommato è tranquilla. Tanto è vero – conclude Omar – che continuano ad arrivare turisti. Anche dall’Italia». La versione locale prevalente riguardo la crisi yemenita è dunque che i terroristi di al Qaeda in questo momento stiano usando, come base per le proprie incursioni in giro per il mondo, le zone di confine tra Yemen e Arabia Saudita, storicamente «segnate con la matita» e scarsamente controllate dai governi centrali di Sana’a e Ryad.

Chiusa la breve parentesi d’attualità politica, riconcentriamoci sulle ricchezze culturali dello Yemen, quelle che meglio di ogni altra cosa consentono di cogliere l’essenza dell’identità del suo popolo. Un’altra citazione d’obbligo va dedicata all’architettura. Ovunque, dalla grande Sana’a, capitale con tre milioni di abitanti, ai piccoli centri urbani arroccati sui maestosi altopiani intorno a delle ingegnose cisterne d’acqua, spuntano letteralmente dal suolo palazzi ultracentenari di cinque, sei, otto, dieci piani con finestre d’alabastro bordate di bianco e tenuti insieme dai classici mattoni di lava, malta e sabbia cotta del deserto. Costruzioni che nei secoli hanno resistito sia alle distruzioni ottomane, sia alle sanguinose dispute tra califfi innamorati di stupende donne dagli occhi di fuoco, e che oggi – dopo l’imponente opera di recupero e restauro affidata dall’Unesco proprio all’Italia – costituiscono un ideale anello di congiunzione tra l’antica storia e il moderno patrimonio culturale yemenita. Un patrimonio che risulta oltremodo fecondo, a leggere Perle dello Yemen, antologia di scrittori yemeniti curata per Jouvence editrice dalle arabiste Maria Avino e Isabella Camera d’Afflitto. Il libro, come scrive Camera d’Afflitto nell’introduzione, è la prima opera letteraria dello Yemen tradotta in italiano, «alla portata del lettore culturalmente curioso, che vuole meglio conoscere anche questa parte del mondo arabo». Già, perché, se «andiamo oggi in Yemen sappiamo dove dormire, cosa mangiare, cosa

Palazzi nel centro di Sana'a

vedere. Ma – prosegue la studiosa – se cerchiamo informazioni sulla vita socio-politica del Paese, i risultati sono scarsi, e se poi tentiamo di reperire libri sulla produzione artistica e culturale odierna, siamo dinanzi alla desolazione più completa; nessuna opera letteraria è stata tradotta in italiano, a parte sporadiche poesie, o ancora più sporadici racconti, eppure gli yemeniti non hanno nulla da invidiare agli autori arabi più noti in Occidente. Anzi, a differenza di quanto accaduto nella Penisola Araba, nello Yemen del XX secolo si è sviluppata una letteratura molto ricca, frutto di profondi e duraturi contatti con le varie culture orientali e occidentali».

Oggi questi legami rischiano di essere barbaramente recisi, e il patrimonio artistico di essere raso al suolo, come “effetto collaterale” del conflitto tra autoproclamatisi custodi dell’islam da una parte ed esportatori planetari di democrazia dall’altra. Motivo in più per andare oltre la semplice curiosità che può animare chi si apre al rapporto con una cultura diversa e lasciarsi rapire dalla fantasia degli scrittori discendenti della regina di Saba. In attesa di potersi un giorno imbarcare su un volo e partire alla scoperta del «Paese dei profumi e degli incensi». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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