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Politiche sanitarie

La gioventù non brucia

Secondo l’ultima indagine ministeriale, lo stato di salute degli italiani è in continuo miglioramento. Ma preoccupa il cattivo rapporto dei bambini con l’alimentazione di Cristina Fortes*

L’ultima Relazione sullo stato sanitario dell’Italia 20072008 presentata dal ministero della Salute mostra che l’aspettativa di vita alla nascita di un cittadino italiano è passata da 74 anni per gli uomini e 80 anni per le donne negli anni Novanta a 78 e 84 anni nel 2006 rispettivamente per gli uomini  e per le donne. La differenza di quasi 6 anni di vita a favore delle donne è stata attribuita alla minore mortalità per le malattie di cuore e tumori. Come è noto, tali malattie sono associate a stili e comportamenti di vita. I fattori di rischio per le malattie cardiovascolari e tumori sono il fumo, l’inattività fisica e un’alimentazione scorretta ossia un’alimentazione povera di frutta e verdura e ricca di grassi animali. Inoltre l’indagine Istat sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari ha evidenziato che le donne, più che gli uomini, tendono a ricorrere più frequentemente ai servizi sanitari, inclusi i programmi di prevenzione, e ne traggono di conseguenza più vantaggi per la loro salute. Malgrado il significativo miglioramento nello stato di salute e il conseguente aumento della speranza di vita degli italiani, la salute dei nostri bambini è peggiorata. L’Italia è uno dei Paesi europei con la prevalenza più alta di obesità in età evolutiva e il trend è in costante aumento. È stato stimato che all’età di 8 anni il 36 per cento dei bambini italiani sia sovrappeso e si osserva anche la contemporanea comparsa, in tale fascia di età, di condizioni morbose quali il diabete tipo 2, l’ipertensione arteriosa e la dislipidemia. Questo aumento della prevalenza di obesità nei nostri bambini viene spiegato da un cambiamento nello stile di vita nelle famiglie. In Italia si è passati negli anni da un modello di dieta mediterranea (ricca di cereali, frutta e verdura) a una dieta ricca in grassi animali e zuccheri semplici e anche l’attività fisica è andata progressivamente riducendosi. Si è visto tuttavia che gli interventi di sanità pubblica che si basano soltanto sull’educazione alimentare e l’aumento dell’attività fisica non sono stati abbastanza efficaci nella prevenzione dell’obesità. Per questo motivo, attualmente nella comunità scientifica vi è un grande interesse nell’investigare i possibili fattori determinanti l’obesità dei bambini con l’obiettivo di mettere a punto interventi di prevenzione che risultino efficaci. Uno studio interessantissimo, condotto in Inghilterra, con 6.500 soggetti, ci suggerisce che l’obesità e l’aumento del peso nell’età adulta sono associati a un malessere psichico in giovane età, (uno dei fattori segnalati è la bassa autostima). Pur valutando i limiti di questa ricerca, i risultati indicano un’associazione tra malessere psichico e obesità. Essi possono aiutare a costruire nuove strategie di intervento a livello di sanità pubblica e contribuire a combattere in modo più efficace il problema dell’obesità nei bambini.

*epidemiologa

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Un Belpaese per vecchi

Gli italiani invecchiano e vivono più a lungo. E si sentono bene ma non quanto gli stranieri che vivono nel nostro Paese. Lo dicono i dati contenuti nella Relazione sullo Stato sanitario del Paese 2007/2008 presentato a dicembre scorso dal ministero della Salute. Per quanto riguarda il processo di invecchiamento, gli individui con più di 64 anni hanno raggiunto il 20,1 per cento della popolazione mentre i minorenni sono solo il 17 per cento. Inoltre, secondo l’indagine condotta dall’Istat e rielaborata dall’Istituto superiore di sanità, il 71,8 per cento degli italiani si considera in buona salute. Una percentuale ben lontana da quella che riguarda gli immigrati residenti: l’80,3 per cento dichiara infatti  di stare bene o molto bene.Sempre in relazione agli stranieri, è interessante anche il risultato dell’indagine relativa all’uso dei consultori pubblici da parte delle donne. Nel percorso della maternità, le straniere vi si rivolgono in misura nettamente maggiore: 38,3 su cento contro 13,7.               f.t

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La chiave del primo anno di vita

Insieme a uno “stile”  di vita sempre più sedentario causato dalla fascinazione per i videogiochi è la “merendina” il principale indiziato dell’obesità dei bambini nella fase della crescita. Ma spesso uno squilibrato regime nutrizionale, riscontrabile anche durante l’età adulta per via del conclamarsi di cattive abitudini, affonda le radici nel rapporto alimentare e affettivo vissuto con la madre nel primo anno di vita. Come è stato raccontato da psichiatri e neonatologhe pure su queste pagine, le cause dell’obesità dei bimbi vanno ricercate in un’errata educazione alimentare e nell’uso del cibo come sostitutivo del rapporto con i figli da parte dei genitori. Non esistono zone di tolleranza nell’obesità. L’alimentazione deve essere corretta sin dalla nascita perché un bambino obeso nel primo anno di vita lo sarà anche successivamente. Fondamentale è quindi che la madre viva il rapporto col bambino al seno nella maniera più affettiva e non come un gesto meccanico per placarne la fame. Spesso, infatti, i genitori hanno difficoltà a entrare in rapporto con il neonato per cui qualunque pianto viene sedato con l’alimentazione, mentre è noto che non tutte le sue richieste sono legate alla fame. In sostanza, quando una mamma non si sforza di comprendere perché il figlio piange, il cibo diviene sostitutivo di ogni propria situazione d’ansia che placa mettendogli in bocca il ciuccio o il biberon. Così non arriverà mai a pensare che invece sta chiedendo per esempio di giocare o più semplicemente che vuole la presenza di una persona. Eppure, per imparare a saper comprendere i segnali che manda il bambino, sarebbe sufficiente rivolgersi a un pediatra. Ma ciò accade molto di rado e anche durante la crescita il cibo diventa risolutivo di qualsiasi situazione di sconforto. Così scopriamo che quasi tutti i genitori danno per scontato che ai bimbi non piacciano verdure e legumi, eliminati oramai da qualsiasi dieta. E finiscono per proporre ai bambini solo i “gusti facili” di dolci e carboidrati. Non avendo scelta, i bimbi si abituano e alla fine accettano solo questi.   f.t.

left n°1/2010

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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