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Ricerca scientifica

Il Big Bang nel mirino

Intervista all’astrofisica Margherita Hack

Finite le vacanze torna al lavoro anche il Large hadron collider (Lhc), l’acceleratore di particelle più potente al mondo in funzione al Cern di Ginevra. Dopo i record collezionati fra novembre e dicembre 2009, la grande macchina è stata rimessa in moto, e per alcune settimane sarà sottoposta a lavori di calibrazione e manutenzione. A metà febbraio, i fasci di protoni torneranno a percorrere l’anello da 27 chilometri del superacceleratore in cerca del bosone di Higgs, la particella che secondo l’ipotesi del modello standard potrebbe aver originato la materia in tutte le sue forme. Nel frattempo, chi si appassiona per gli studi che stanno ripercorrendo a ritroso gli attimi immediatamente successivi al Big bang, non rischia certo di annoiarsi.

Professoressa Hack, esistono altri modi per “vedere” cosa è successo al momento del Big bang?

Un metodo molto interessante è quello che si sta sviluppando con l’astronomia dei neutrini. Cioè la ricerca di neutrini provenienti da corpi celesti.

Perché sono così  importanti?

I neutrini sono particelle elementari senza carica, che hanno una massa molto più piccola di quella dell’elettrone e per queste loro proprietà passano attraverso enormi quantità di materia senza essere arrestati. Per questo è molto difficile osservarli, catturarli. Per ora infatti si conoscono solo quelli provenienti dall’interno del sole e dalla supernova che esplose nel 1987. L’osservazione dei neutrini che partono da altri copri celesti può consentire di vedere l’interno di queste stelle e studiare la loro struttura che si conosce solo teoricamente. Di qui, forse, anche la possibilità di osservare direttamente i primi istanti dopo il Big bang. E coprire un buco di 400mila anni.

Vale a dire?

Dopo il Big bang il gas era completamente ionizzato impedendo la propagazione di radiazioni e quindi alla luce di arrivare fino a noi. Con l’abbassamento della temperatura avvenuta intorno ai 400mila anni, il gas è diventato neutro e questo ha permesso alla luce di “passare”. Per questo la prima fotografia dell’universo “bambino” a nostra disposizione è quella all’età di 400mila anni.

In questo filone di ricerca può rientrare anche l’astronomia gravitazionale?

Certamente. In comune con quella dei neutrini ha senza dubbio il fatto di essere una disciplina emergente dell’astrofisica, da cui ci aspettiamo interessanti informazioni e novità. E poi c’è lo scopo principale che consiste nell’indagine per l’individuazione di elementi che possono aiutarci a comprendere cosa è accaduto dopo il Big bang.

L’esistenza di onde gravitazionali è stata prevista da Einstein, c’è una conferma?

La conferma delle intuizioni di Einstein potrebbe venire proprio dall’Italia. A Cascina, in provincia di Pisa, è attivo dal 2003 Virgo, un interferometro per la rilevazione di onde gravitazionali progettato da una collaborazione italo-francese. Per ora queste onde sono state osservate solo in maniera molto indiretta.

Ovvero?

Si pensa che come una carica elettrica ruotando dia luogo a emissione di onde elettromagnetiche, così un grosso cambiamento di massa (come si potrebbe avere con l’esplosione di una supernova o con lo scontro tra due galassie) darebbe luogo a onde gravitazionali. Le quali si possono visualizzare come increspature dello spazio-tempo che si propagano a una velocità pari a quella della luce. E Virgo – che sta setacciando l’ammasso di galassie della Vergine – sarebbe in grado di rilevare onde gravitazionali causate dall’impatto tra due galassie facenti parte di questo ammasso. Un “incontro ravvicinato” che potrebbe dar luogo a onde gravitazionali misurabili fornendo utili elementi di conoscenza sul Big bang.

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A Roma va in scena l’innovazione

Dal 13 al 17 gennaio all’Auditorium, il festival delle Scienze 2010. Con ciceroni d’eccezione, un viaggio a cavallo tra scoperte e invenzioni che potrebbero cambiare il corso della storia umana. Da Ilaria Capua a Nicholas Negroponte, da Enrico Bellone a David Wolpert a Luigi Luca Cavalli-Sforza

L’intreccio tra scienza e tecnologia è ormai così stretto che è diventato quasi impossibile parlare dell’una senza citare l’altra. Non è una novità: accadeva già ai tempi di Galileo e delle sue macchine, costruite per scrutare e comprendere meglio i fenomeni della natura. Oggi però, con i progressi di una tecnologia sempre più potente, diffusa, quasi fantascientifica nel suo infrangere continuamente limiti e barriere, la scienza è catapultata in una nuova e ribollente stagione di scoperte, innovazioni e rivoluzioni. Una stagione che – con i suoi entusiasmi, le sue opportunità e le sue incognite – è al centro della quinta edizione del festival delle Scienze, in programma da mercoledì 13 a domenica 17 gennaio 2010 all’auditorium Parco della musica di Roma. Prodotto dalla Fondazione musica per Roma, in collaborazione con Codice. Idee per la cultura e Telecom Italia, il Festival propone un percorso a cavallo tra scoperta e invenzione, tra creatività e innovazione, condotto attraverso un mix di lectio magistralis, incontri, dibattiti, caffè scientifici, eventi per le scuole, mostre, spettacoli. Ciceroni in questo viaggio di conoscenza e riflessione che ha per titolo “Tra possibile e immaginario. Magie tecnologiche e ricerca scientifica” sono grandi nomi della ricerca scientifica italiana e internazionale: dalla giovane stella della virologia Ilaria Capua al ricercatore della Nasa David Wolpert, dal fisico e divulgatore Enrico Bellone al genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza, al fondatore del Mit media lab e ideatore del progetto “One laptop per child” Nicholas Negroponte. Assieme a loro, grandi studiosi di scienze umane come l’economista Brian Arthur e lo storico della scienza George Dyson, e musicisti come i Motel Connection che all’Auditorium presentano il loro nuovo progetto crossmediale Heroin (Human environmental return of output/input network) composto da un nuovo singolo musicale, un fumetto e un videogioco con il quale gli spettatori potranno cimentarsi nella postazione appositamente allestita per il festival. Tra gli eventi di punta vanno senza dubbio considerati i diversi incontri tra esperti di fama internazionale chiamati a una riflessione filosofica e storica sul lungo e complesso rapporto tra scienza e tecnologia: è questo il caso del caffè scientifico “La tecnologia ci rende umani” con lo storico e filosofo della scienza Stefano Moriggi e il giornalista Gianluca Nicoletti, e dei dialoghi tra il chimico Sergio Carrà e l’economista Brian Arthur, che indagano il controverso tema della natura della tecnologia, e tra Cavalli-Sforza e Bellone, chiamati a rispondere alla suggestiva domanda: esiste la tecnoscienza? Infine, l’eclettismo e la verve che la contraddistinguono chiameranno l’astrofisica Margherita Hack a cimentarsi in una rappresentazione teatral-musicale, dal titolo Il nero delle stelle, che insieme alla nota scienziata avrà come protagonista un radiotelescopio.

Info: www.auditorium.com

** left n°1/2010**

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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