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Salute

Vere malattie false cure, la truffa delle staminali adulte

Finora le uniche patologie trattate con successo sull’uomo col trapianto di cellule sono varie malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. Il parere della genetista Elena Cattaneo di Federico Tulli

Alimentato da una antiscientifica campagna mediatica mondiale, soprattutto cattolica, a favore dell’impiego di staminali adulte, il “turismo terapeutico” per il trattamento di gravi malattie mediante il “miracoloso” trapianto di cellule è un fenomeno che non conosce confini. Nell’ultimo decennio, false illusioni create a volte anche da veri medici (senza scrupoli) hanno favorito il diffondersi sul web di cliniche online che dall’Ucraina al Messico, dal Costa Rica alla Thailandia alla Cina promettono cure e guarigioni, a base di staminali adulte, ai malati colpiti dalle più gravi patologie degenerative. Da qualche tempo questo odioso fenomeno si è radicato anche in Europa. In Italia, come sembra dall’inchiesta di Torino (vedi box), oppure Svizzera, dove ci sono cliniche che nei loro siti web pubblicizzano trattamenti eseguiti da medici di Pechino e Hong Kong per decine di malattie importanti, dall’alzheimer, alla sclerosi multipla, alla distrofia muscolare, alla sclerosi laterale amiotrofica all’esordio, al Parkinson. La realtà è che la ricerca sulle staminali, pur essendo riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale come la più promettente riguardo lo sviluppo di terapie per malattie gravi per le quali non esiste una cura efficace, è ancora oggi nella maggior parte dei casi in fase di sperimentazione su animali. E finora le uniche patologie trattate con successo sull’uomo col trapianto di cellule staminali sono varie malattie del sangue, una forma rara di malattia genetica della cute, le ustioni della cute e della cornea. «Per molte altre malattie genetiche – spiega la professoressa Elena Cattaneo, direttrice del Centro di ricerca sulle cellule staminali della Statale di Milano – la sperimentazione preclinica sta dando risultati promettenti, ma occorrerà tempo non ancora definito prima di arrivare a una sperimentazione clinica nelle condizioni migliori per minimizzare i rischi connessi a una nuova terapia». Alcune di queste ricerche si stanno svolgendo proprio nel nostro Paese, e i traguardi raggiunti possono aiutare a comprendere perché bisogna diffidare da certe promesse di guarigione, oppure anche solo di terapia. È ad esempio il caso della distrofia muscolare, della sclerosi multipla e del Parkinson. «Riguardo la distrofia – racconta Cattaneo – è molto importante ciò che sta cercando di avviare il direttore dell’istituto cellule staminali al San Raffaele di Milano, Giulio Cossu, con i melangioplasti (staminali dei muscoli) che lui stesso è riuscito a isolare». Oggi Cossu sta mettendo a punto il protocollo affinché possa partire una sperimentazione clinica. Al momento gli unici dati disponibili riguardano le sperimentazioni eseguite su animali di piccola taglia, quindi siamo ben lontani da eventuali terapie su esseri umani. Lo stesso (purtroppo) vale per la sclerosi multipla e lo si deduce dagli esperimenti su topi che il neuroimmunologo Gianvito Martino del San Raffaele di Milano sta portando avanti con le staminali del cervello. «In questo caso – osserva Cattaneo – si è visto che le staminali prelevate dal cervello di feto e trapiantate nella cavia hanno causato un beneficio. Ma questo beneficio non consiste nel rimpiazzo delle cellule degenerate quanto in un altro meccanismo abbastanza inaspettato. Martino infatti ha evidenziato che le cellule cerebrali quando vengono trapiantate agiscono da antinfiammatori. E la cosa oltremodo interessante è che vanno a colonizzare non un punto preciso, ma quasi tutto il sistema nervoso, soprattutto dove ci sono le lesioni della sclerosi multipla. Come concetto è interessante – prosegue la genetista -, peraltro di recente Annals of neurology ha pubblicato un articolo in cui è dimostrato che c’è un benefico anche quando questo esperimento viene fatto nella scimmia. Ma ciò che appare evidente è che l’idea iniziale di differenziare delle staminali adulte per dare origine alle cellule che mancano in una malattia non ha trovato conferma nella pratica di laboratorio. Ecco perché – conclude Cattaneo – se si vuole andare su altri fronti come il Parkinson o la Corea di Huntington, dove muoiono neuroni, bisogna concentrarsi sullo studio delle cellule che sappiamo avere una maggiore e soprattutto migliore capacità di differenziarsi, vale a dire le staminali embrionali».

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L’indagine di Torino

Un’inchiesta della procura di Torino sta scandagliando l’attivita di Stamina foundation, una fondazione che in teoria si occupa di promuovere la ricerca sulle cellule staminali. Ma che secondo quanto rilevato praticherebbe anche cure senza alcuna autorizzazione dell’Agenzia italiana del farmaco e molto costose. Si parla di cifre che vanno 25 a 50 mila euro a paziente per trattamenti a base di cellule staminali adulte eseguiti a Carmagnola, San Marino, Trieste e in Ucraina. Secondo un’inchiesta de La Stampa le “pratiche” vanno avanti da due anni e «tutto quello che è successo nelle stanze di via Giolitti (sede della Stamina foundatio, ndr) e in una clinica di riferimento a Carmagnola – Lisa Day Surgery – è al centro degli accertamenti dei carabinieri del Nas». Dove sono stati trattati e con quali risultati i pazienti che si sono rivolti alla Stamina foundation, si chiede il quotidiano torinese? Domande cruciali, visto che la legge italiana vieta il ricorso alle staminali al di fuori dei protocolli sperimentali riconosciuti. «L’inchiesta – conclude il quotidiano – prende spunto da un esposto dettagliato di un ex dipendente che avrebbe visto passare per mesi, negli uffici di una società» (il cui titolare è il presidente della Fondazione) «pazienti gravi pronti a pagare 27 mila euro per tentare un trattamento con le staminali. Sarebbero agli atti decine di fatture per le terapie, ufficialmente registrate come donazioni per la ricerca sulle staminali». Terra, il primo quotidiano ecologista

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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