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Ricerca scientifica

Un decennio durato 400 anni

Lo storico della Scienza Enrico Bellone

In tutto il mondo per uscire dalla crisi si scommette sull’innovazione. Solo in Italia, come ai tempi di Galileo, la ricerca di base fa paura alle istituzioni di Federico Tulli

In queste ultime settimane il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è intervenuto con parole molto pesanti sul rapporto della politica con la scienza nel nostro Paese. Ha usato il termine “meschinità”. E ha ricordato che, negli ultimi 20 anni in modo particolare, governi di centrosinistra e governi di centrodestra non si sono differenziati. Nel senso che hanno continuato a fare tagli sia sul piano delle finanze pubbliche sia su quello delle risorse umane, colpendo in particolare i giovani ricercatori. E allora ci si deve chiedere perché in Italia accade questo. A maggior ragione ce lo dobbiamo chiedere perché, nonostante la crisi economico finanziaria, ad esempio in Francia, il governo Sarkozy ha appena investito lo 0,5 per cento del Pil per potenziare proprio i settori di base. Cioè 11 miliardi di euro per l’università e 8 miliardi per la ricerca. Sarkozy ha spiegato che la scienza di base e lo sviluppo tecnologico sono entrambi fondamentali per lo sviluppo di un Paese ma solo puntando forte sulla ricerca pura si può ottenere una ricaduta nei settori tecnologici. Discorso semplice, lineare da cui emerge un senso altrettanto semplice e lineare: il governo francese non ha paura dell’innovazione e di ciò che questa comporta in ambito socio politico. In Italia, lo abbiamo denunciato tante volte, le diverse forze politiche fanno invece tanta fatica a “liberare” la ricerca, specie quella di base. Un atteggiamento tanto più deleterio se si pensa che da questa non dipende solo lo sviluppo tecnologico, e quindi la ricchezza di un Paese, quanto la possibilità di aprire la strada alla possibile scoperta di cure per le malattie più disparate (e più gravi). In poche parole, colpendo lucidamente certa scienza le istituzioni intaccano alla radice diritti fondamentali che esse stesse sono chiamate a tutelare e garantire. Dal diritto al benessere socio economico, alla libertà di pensiero, alla salute. Ciò non significa che nel nostro Paese non si faccia più ricerca. Anzi, e lo vedremo in queste pagine, se ne continua a fare, e di ottimo livello. Come si continuano a fare importanti scoperte e a interagire con la comunità scientifica internazionale. Nonostante la pavida miopia e il baciapilismo bipartisan dei politici nostrani.

La situazione però è talmente deteriorata che secondo il fisico e storico della scienza, Enrico Bellone, si può fare un parallelo con il rigetto dell’innovazione che si ebbe nel Seicento. Per descriverla, racconta a left un aneddoto su Galileo Galilei «che però non è soltanto un aneddoto». Dopo l’abiura, ricorda lo storico, «Galileo era in pratica agli arresti domiciliari ad Arcetri. E aveva con sé una copia personale del libro che lo aveva portato alla rovina, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Quel libro è conservato ed è pieno di annotazioni di vario genere. Galileo scrive che la scienza produce innovazioni continuamente. Ma queste possono gettare allo sbaraglio gli Stati, perché chi ha il potere vuole la conservazione dell’esistente. Così è più facile governare. “E allora – scrive Galileo – persone ignorantissime di ogni scienza e di ogni arte diventano giudici sopra gli intelligenti e li piegano al loro volere”». Non è pertanto eccessivo, osserva Bellone, fare un paragone tra ciò che accadeva in quegli anni ormai lontani e quanto accade in Italia non solo negli ultimi 20 anni ma in tutto un secolo. In cui il finanziamento e l’impegno sulle risorse umane è una costante che si aggira intorno all’1 per cento scarso del Pil mentre nelle altre nazioni continua a crescere. «Quindi il divario tra noi e gli altri continua a rafforzarsi. E questo è un disastro». Torna il paragone con la Francia. Nel volume Scienze e tecnologie dell’opera Utet La cultura italiana, Bellone racconta del «contributo dell’Italia alla rivoluzione scientifica» che si è sviluppata tra il XVI e il XVIII secolo. Uno spirito di cui si sono quasi completamente perse le tracce. E non solo in ambito politico. «Ciò che è più interessante riguardo la decisione di Sarkozy – osserva Bellone – è la motivazione politica scritta nero su bianco: per uscire dalla crisi bisogna puntare sulla ricerca fondamentale e sull’innovazione scientifica e tecnologica. Da noi si ragiona in senso contrario: per uscire dalla crisi bisogna fare tagli. E questo è a mio avviso è sbagliato. Bisogna avere il coraggio di fare delle scelte coraggiose». Di certo non è impavido il ministero del Welfare che vieta l’accesso al bando per i fondi pubblici alla ricerca sulle cellule staminali ai progetti che si occupano delle staminali embrionali (vedi box). Ed è solo in parte coraggio quell’idea che anima la battaglia del ministro dell’Istruzione contro i cosiddetti baroni e il malcostume nelle università. «È vero – sottolinea Bellone – ci sono baroni e delle forme di nepotismo. Ma questo non riguarda tutte le università. Abbiamo delle facoltà eccellenti, e poi ci sono altri settori della vita accademica in cui le cose vanno molto diversamente. Non si deve fare di ogni erba un fascio».

Il rischio è che si perdano di vista problemi altrettanto strutturali che riguardano lo stato generale del sistema educativo nazionale. Sono significativi i risultati di due inchieste pubblicati di questi giorni. «La prima – spiega lo storico della scienza – riguarda il livello di preparazione degli studenti che escono dai licei e si apprestano a entrare nel sistema universitario. Ebbene, c’è una dichiarazione del rettore dell’università di Bologna, il quale dati alla mano scrive che i diplomati sono in media dei semianalfabeti». La seconda ricerca è a livello europeo e riguarda la cultura dei laureati nelle diverse nazioni. «Per quanto riguarda l’Italia cito solo due dati. Il primo dice che il 25 per cento dei nostri laureati ha estreme difficoltà a capire e riassumere un testo molto semplice, come può essere un editoriale del Corriere della sera. Il secondo, che il 35 per cento ha in casa meno di 100 libri, comprese le ricette di cucina e i gialli Mondadori». In Italia, dunque, tutta la cultura rischia il tracollo, non solo quella scientifica? E come è accaduto che da protagonista delle grandi rivoluzioni dei secoli scorsi il nostro Paese oggi si distingue per un’elevata involuzione? «Io non penso che questo stato delle cose sia frutto di malafede o di complotti – dice Bellone -. Credo proprio che risultati così dannosi per l’Italia siano l’esito della non conoscenza della capacità propulsiva della ricerca fondamentale. Quella che nei Paesi più moderni si chiama la società della conoscenza e che ha un pilastro: la ricerca scientifica. E che ha due risultati: la ricchezza della nazione e il benessere dei suoi cittadini. Perché senza innovamento tecnologico l’industria deperisce come tale e non è più in grado di competere con gli apparati industriali dei Paesi più moderni. Se blocchiamo ad esempio la ricerca sulle staminali l’esito è uno solo: si incide negativamente sulla salute del cittadino medio». Da questa impasse è molto difficile uscire. Tanto più se ci sono dei consulenti ministeriali come il sociologo Edgar Morin che in un libro descrive la matematica come la fonte della sporcizia nelle strade e della delinquenza. «Escono continuamente libri in cui la scienza viene descritta i questo modo. Per non dire poi delle trasmissioni televisive. Come “Voyager”, che questa settimana parlava di strumenti elettromagnetici che avvertono la presenza di spiriti e fantasmi». L’opinione pubblica sulla scienza si costruisce in questo modo ma ci sono dei segni interessanti di risveglio, di curiosità. Basta pensare a quello che succede con i festival della scienza. A Genova da anni circa 250mila persone vanno a sentire conferenze di alto livello. E questo accade in tutta Italia in manifestazioni analoghe. A Roma, Torino, Bergamo.

«Una parte degli italiani sta reagendo in modo positivo – conclude Bellone -. E per il futuro non posso che aspettarmi che vengano fuori due o tre politici dotati di senso dello Stato. Che contribuiscano a fare dei programmi elettorali comprensibili per il cittadino, in cui si fa quello che stanno facendo Sarkozy, o la Merkel in Germania. Ma poi è lo stesso che sta accadendo in Finlandia, in Svezia, Danimarca. Cioè un fortissimo impegno economico e sulle risorse umane per potenziare la ricerca di base. Ecco, basterebbe copiare. Quindi si può essere blandamente ottimisti».

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La medicina darwiniana

L’anno delle celebrazioni darwiniane volge al termine. Tra le discipline oggetto di interesse, ai molteplici eventi dedicati ai 200 anni dalla nascita di Charles Darwin e ai 150 dalla pubblicazione de L’origine delle specie, spicca quella che oramai appare ben più che una semplice tendenza: la medicina darwiniana. Una teoria, spiega il genetista Alberto Piazza, «che mette in rilievo come il concetto di evoluzione dell’agente patogeno, oltre che della patologia, abbia un grosso impatto sulla malattia stessa». A evolvere dunque non è solo la specie umana quanto anche quel mondo non umano che interagisce con essa. Tale dinamica presenta evidenti ricadute in ambito farmacologico, dove si verifica sempre più spesso il problema degli antibiotici che a un certo punto perdono efficacia e smettono di funzionare. left 51-52/09

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Informazioni su Federico Tulli

Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e “Critica liberale”. Sul web è condirettore di “Cronache Laiche”, firma un blog su “MicroMega”, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica “Babylon Post”. Per L'Asino d'oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015).

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Figli rubati – In libreria dal 25 settembre 2015

Il 12 febbraio 2015 è iniziato a Roma un importante processo per i crimini di lesa umanità subiti da 42 italiani sequestrati e uccisi nell'ambito del Piano Condor. Questo accordo segreto tra i governi e le polizie di sette Paesi del Sud America è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per reprimere l'opposizione, facendo scomparire una intera generazione di giovani impegnati nella difesa dei diritti umani. Tra le parti civili del processo ci sono quattro quarantenni: furono rubati appena nati alle loro madri internate nei centri di tortura del 'Condor', e affidati a famiglie contigue ai regimi per essere educati secondo valori «occidentali e cristiani». La loro storia, insieme a quella dei 42 giovani desaparecidos italiani, è ricostruita nel nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L'Italia, la Chiesa e i desaparecidos” in uscita per L'Asino d'oro edizioni
L'indagine dell'autore parte da Milano. Qui vivono i parenti di una ragazza scomparsa nel 1977, e ritrovata in maniera rocambolesca nel 2014, i cui nonni dopo aver saputo della sua nascita in un lager di Buenos Aires si rivolsero senza successo anche a Jorge Mario Bergoglio allora capo dei gesuiti argentini. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, che dopo 36 anni di ricerche ha ritrovato il nipote Guido, almeno 70 “figli rubati” vivono in Italia senza conoscere la propria storia e non si riesce a trovarli. Perché, come ricostruisce Tulli, le ali del Condor sono ancora aperte.
Nella prefazione l'avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002, racconta come ha scoperto nel 1992 ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a decine di tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo in corso a Roma nell'Aula bunker di Rebibbia. Ma la via verso la Verità e la Giustizia, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre scorso, Almada, al termine dell'Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay.
Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è ulteriormente evidenziato nella postfazione di Simona Maggiorelli: un'inchiesta sulla storia dei 300mila bambini rubati ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975, all'interno di cliniche gestite da congreghe religiose. È qui che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

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